sabato 10 maggio 2014

(Ec)citazione #3



Quando è scesa la notte a me piace fare una passeggiata nel giardino. Non crediate io sia ricco. Un giardino come il mio lo avete tutti. E più tardi capirete il perché.
Nel buio, ma non è proprio completamente buio perché dalle finestre accese della casa un vago riverbero viene, nel buio io cammino sul prato, le scarpe un poco affondando nell’erba, e intanto penso, e pensando alzo gli occhi a guardare il cielo se è sereno e, se ci sono le stelle, le osservo domandandomi tante cose. Però certe notti non mi faccio domande, le stelle se ne stanno lassù sopra di me stupidissime e non mi dicono niente.
Ero un ragazzo quando facendo la mia passeggiata notturna inciampai in un ostacolo. Non vedendo, accesi un fiammifero. Sulla liscia superficie del prato c’era una protuberanza e la cosa era strana. Forse il giardiniere avrà fatto un lavoro, pensai, gliene chiederò la ragione domani mattina.
All’indomani chiamai il giardiniere, il suo nome era Giacomo. Gli dissi: “Che cosa hai fatto in giardino, nel prato c’è come una gobba, ieri sera ci sono incespicato e questa mattina appena si è fatta luce l’ho vista. È una gobba stretta e oblunga, assomiglia a un tumulo mortuario. Mi vuoi dire che cosa succede?”
“Non è che assomiglia, signore” disse il giardiniere Giacomo “è proprio un tumulo mortuario. Perché ieri, signore, è morto un suo amico.”
Era vero. Il mio carissimo amico Sandro Bartoli di ventun anni era morto in montagna col cranio sfracellato.
“E tu vuoi dire” dissi a Giacomo “che il mio amico è stato sepolto qui?”
“No” lui rispose “il suo amico signor Bartoli” egli disse così perché era delle vecchie generazioni e perciò ancora rispettoso “è stato sepolto ai piedi delle montagne che lei sa. Ma qui nel giardino il prato si è sollevato da solo, perché questo è il suo giardino, signore, e tutto ciò che succede nella sua vita, signore, avrà un seguito precisamente qui.”
“Va’, va’, ti prego, queste sono superstizioni assurde” gli dissi “ti prego di spianare quella gobba.”
“Non posso signore” egli rispose “neppure mille giardinieri come me riuscirebbero a spianare quella gobba.”

Dopodichè non se ne fece nulla e la gobba rimase e io continuai alla sera, dopo che era scesa la notte, a passeggiare in giardino e ogni tanto mi capitava di incespicare nella gobba ma non tanto spesso dato che il giardino è abbastanza grande, era una gobba larga settanta centimetri e lunga un metro e novanta e sopra vi cresceva l’erba  e l’altezza dal livello del prato sarà stata di venticinque centimetri. Naturalmente ogni volta che inciampavo nella gobba pensavo a lui, al caro amico perduto. Ma poteva anche darsi che fosse il viceversa. Vale a dire che andassi a sbattere nella gobba perché in quel momento stavo pensando all’amico. Ma questa faccenda è piuttosto difficile da capire.
Passavano per esempio due o tre mesi senza che io nel buio, durante la passeggiata notturna, mi imbattessi in quel piccolo rilievo. In questo caso il ricordo di lui mi ritornava, allora mi fermavo e nel silenzio della notte a voce alta chiedevo: Dormi?
Ma lui non rispondeva.
Lui effettivamente dormiva, però lontano, sotto le crode, in un cimitero di montagna, e con gli anni nessuno si ricordava più di lui, nessuno gli portava fiori.
Tuttavia molti anni passarono ed ecco che una sera, nel corso della passeggiata, proprio nell’angolo opposto del giardino, inciampai in un’altra gobba.
Per poco non andai lungo disteso. Era passata mezzanotte, tutti erano andati a dormire ma tale era la mia irritazione che mi misi a chiamare: Giacomo, Giacomo, proprio allo scopo di svegliarlo. Si accese infatti una finestra, Giacomo si affacciò sul davanzale.
“Cosa diavolo è questa gobba?” gridavo. “Hai fatto qualche scavo?”
“Nossignore. Solo che nel frattempo se ne è andato un suo caro compagno di lavoro” egli disse. “Il nome è Cornali.”
Senonché qualche tempo dopo urtai in una terza gobba e benché fosse notte fonda anche stavolta chiamai Giacomo che stava dormendo. Sapevo benissimo ormai che significato aveva quella gobba ma brutte notizie quel giorno non mi erano arrivate, perciò ero ansioso di sapere. Lui Giacomo, paziente, comparve alla finestra. “Chi è?” chiesi. “È morto qualcuno?” “Sissignore” egli disse. “Si chiamava Giuseppe Patanè.”
Passarono quindi alcuni anni abbastanza tranquilli ma a un certo punto la moltiplicazione delle gobbe riprese nel prato del giardino. Ce ne erano di piccole ma ne erano venute su anche di gigantesche che non si potevano scavalcare con un passo ma bisognava veramente salire da una parte e poi scendere dall’altra come se fossero delle collinette. Di questa importanza ne crebbero due a breve distanza l’una dall’altra e non ci fu bisogno di chiedere a Giacomo che cosa fosse successo. Là sotto, in quei due cumuli alti come un bisonte, stavano chiusi cari pezzi della mia vita strappati crudelmente via.
Perciò ogni qualvolta nel buio mi scontravo con questi due terribili monticoli, molte faccende dolorose mi si rimescolavano dentro e io restavo là come un bambino spaventato, e chiamavo gli amici per nome. Cornali chiamavo, Patanè, Rebizzi, Longanesi, Mauri chiamavo, quelli che erano cresciuti con me, che per molti anni avevano lavorato con me. E poi a voce ancora più alta: Negro! Vergani! Era come fare l’appello. Ma nessuno rispondeva.

A poco a poco il mio giardino, dunque, che un tempo era liscio e agevole al passo, si è trasformato in campo di battaglia, l’erba c’è ancora ma il prato sale e scende in un labirinto di monticelli, gobbe, protuberanze, rilievi e ognuna di queste escrescenze corrisponde a un nome, ogni nome corrisponde a un amico, ogni amico corrisponde a una tomba lontana e a un vuoto dentro di me.
Quest’estate poi ne venne su una così alta che quando fui vicino il suo profilo cancellò la vista delle stelle, era grande come un elefante, come una casetta, era qualcosa di spaventoso salirvi, una specie di arrampicata, assolutamente conveniva evitarla girandovi intorno.
Quel giorno non mi era giunta nessuna brutta notizia, perciò quella novità nel giardino mi stupiva moltissimo. Ma anche stavolta subito seppi: era il mio più caro amico della giovinezza che se n’era andato, fra lui e me c’erano state tante verità, insieme avevamo scoperto il mondo, la vita e le cose più belle, insieme avevamo esplorato la poesia i quadri la musica le montagne ed era logico che per contenere tutto questo sterminato materiale, sia pure riassunto e sintetizzato nei minimi termini, occorreva una montagnola vera e propria.
Ebbi a questo punto un moto di ribellione. No, non poteva essere, mi dissi spaventato. E ancora una volta chiamai gli amici per nome. Cornali Patanè Rebizzi Longanesi chiamavo Mauri Negro Vergani Segàla Orlandi Chiarelli Brambilla. A questo punto ci fu una specie di soffio nella notte che mi rispondeva di sì, giurerei che una specie di voce mi diceva di sì e veniva da altri mondi, ma forse era soltanto la voce di un uccello notturno perché agli uccelli notturni piace il mio giardino.
Ora non ditemi, vi prego: perché vai discorrendo di queste orribili tristezze, la vita è già breve e difficile per se stessa, amareggiarci di proposito è cretino; in fin dei conti queste tristezze non ci riguardano, riguardano solo te. No, io rispondo, purtroppo riguardano anche voi, sarebbe bello, lo so, che non vi riguardassero. Perché questa faccenda delle gobbe del prato accade a tutti, e ciascuno di noi, mi sono spiegato finalmente, è proprietario di un giardino dove succedono quei dolorosi fenomeni. È un’antica storia che si è ripetuta dal principio dei secoli, anche per voi si ripeterà. E non è uno scherzetto letterario, le cose stanno proprio così.
Naturalmente mi domando anche se in qualche giardino sorgerà un giorno una gobba che mi riguarda, magari una gobbettina di secondo o terzo ordine, appena un’increspatura del prato che di giorno, quando il sole batte dall’alto, manco si riuscirà a vedere. Comunque una persona al mondo, almeno una, vi incespicherà.
Può darsi che, per colpa del mio dannato carattere, io muoia solo come un cane in fondo a un vecchio e deserto corridoio. Eppure una persona quella sera inciamperà nella gobbetta cresciuta nel giardino e inciamperà anche la notte successiva e ogni volta penserà, perdonate la mia speranza, con un filo di rimpianto penserà a un certo tipo che si chiamava Dino Buzzati.

(“Le gobbe nel giardino”, Dino Buzzati)

23 commenti:

Silver Silvan ha detto...

Il titolo del post, letto il racconto, non l'ho capito. Comunque il brano mi sembra incredibilmente lugubre, mancava la civetta in sottofondo. Che ha, signor PNV? Mi si intristisce in maggio? Figuriamoci in novembre!

P.S. Non ho gobbe in giardino, solo mucchietti di terra smossa. In compenso, ogni tanto, sprofondo fino alla caviglia nelle gallerie della perfida talpa. Il mio giardino pullula di vermi e lombrichi. Sarà a causa di tutta la gente seppellita al contrario?



PuroNanoVergine ha detto...

@Silver Silvan
I titoli di brani e poesie che riporto nel blog fanno parte della categoria (Ec)citazioni letterarie.
In fondo al brano, che reputo bellissimo (lugubre forse sì, ma malinconico e profondo) riporto in questi casi titolo e autore.

Silver Silvan ha detto...

Come sono distratta, signor PNV. Potrà mai perdonare il fatto che non me ne sia accorta prima?

PuroNanoVergine ha detto...

@Silver Silvan
Nessun problema.

Anonimo ha detto...

Caro PNV,
leggendo le prime righe delle gobbe, ho pensato:"d'accordo che Buzzy è tra i suoi preferiti, lo scrisse tempo fa, però questa volta proprio gli copia l'idea; come può pensare che non ci si accorga?" ;-)
Questa storia è anche nella mia antologia; se la leggi in classe, a dispetto delle previsioni che si potrebbero fare, crea un vero incanto (ma lo fa anche "Il cane che ha visto Dio" tanto per dirne uno) : molti quattordicenni ascoltano con rapita attenzione (naturalmente io sono il classico fine dicitore ;-) e poi qualcuno fa considerazioni su se stesso quando sarà vecchio e sugli amici di classe che moriranno prima di lui e...così altri fanno le corna e la chiacchierata finisce in vacca. Ma NON per tutti: qualcuno ci pensa su, e ti viene a chiedere, poi, di Buzzy e della morte... e allora tu gli racconti del Brambilla e degli amici di scuola...
Sai che ci sono quelli che ti chiedono altri testi di Buzzy da leggere! Ahahhhh! Almerina sa bene questa cose,è per questo che escono tante edizioni Oscar di Buzzy in questi anni!
Ciao grazie, mi ha FATTO PIACERE VEDERE pubblicate qui le gobbe!
(ah... Lisistrata è fra 10 giorni, io speriamo che me la cavo!)
la lisistratica

Anonimo ha detto...

Brano bello ma troppo triste.
Teognide, nella traduzione che conservo, diceva che gli uomini sono stolti e fanciulli perché piangono i morti e non piangono “il fiore degli anni che giorno a giorno muore” (in un’altra traduzione: “il fiore della giovinezza che appassisce”).
Caro PNV, per me, il fiore degli anni è ciò che si può godere, apprezzare nelle piccole, minute cose che la vita comunque ogni giorno regala. Dato per sicuro che alla morte non sfuggirò, piango, certamente, in attesa di raggiungerli, gli amici morti, ma poi cerco di godermi finché posso i giorni e le mie piccole perle. Ed è morte e sconfitta, credo, ogni volta che non riesco, non so apprezzarne la bellezza. Sefora H.

Silver Silvan ha detto...

Signor PNV, io sono con lei! Questi passerebbero sopra il cadavere della madre, pur di godersi la vita!

Sefora Haboker ha detto...

Non sono mai passata sul cadavere di mia madre che ho curato per anni, e non solo lei, con tutto il resto che comunque gravava sulle mie spalle senza mai tirarmi indietro o sottrarmi alle mia responsabilità o lamentarmi. Forse proprio per questo, per la tristezza grande che mi prende quando penso a tutto quello che non riesco a capire, a cui non so dare una spiegazione, penso che bisognerebbe saper apprezzare le piccole emozioni di ogni giorno, non edonismo o ricerca sfrenata del piacere, ma uno spettacolo della natura, una canzone, una parola buona, una lezione riuscita, un lavoro ben fatto, una sorpresa inaspettata e gradita, questo, niente altro, perché so che dopo non ci sarà più tempo per nulla. Sefora

Sefora Haboker ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Silver Silvan ha detto...

Sarà, ma io discorsi del genere li trovo di una banalità sconcertante. Notare qualcosa perché qualcuno ti dice di notarlo lo trovo di una tristezza insopportabile. Invece è un continuo imbattersi in deliri del genere, nei blog. Ci sono cose che andrebbero viste senza che qualcuno ti dia l'imbeccata. Io lo troverei umiliante; queste esortazioni le trovo patetiche e dubito che chi non nota per conto suo certe cose lo faccia perché arriva una che sul suo blog gliele fa notare. A meno che non sia in cerca di risposte intercambiabili usa e getta. Ma se lei ha bisogno di sentirsi utile per il prossimo, faccia pure. Anzi, già che c'è, dia pure le pagelle, magistra vitae.

PuroNanoVergine ha detto...

@la lisistratica
A me Buzzati piace perché riesce a colpire nel segno coinvolgendoti nell'atmosfera dei suoi racconti pur con uno stile "semplice" (perlomeno se paragonato ad autori considerati, forse a ragione, maggiori, tipo Calvino).
Quello che scrivi sui tuoi ragazzi è applicabile anche agli adulti.
Non tutti hanno la medesima sensibilità: troverai sempre quello che si appassiona e quello che ci scherza su o che manda in vacca il tutto (il mondo è bello perchè è vario... bello? Diciamo carino).
In bocca al lupo per lo spettacolo!

@Sefora H
Condivido il pensiero che hai riportato di Teognide (che onestamente non conosco: rimedierò con wikipedia).
E' anche vero che è impossibile apprezzare sempre le piccole (o grandi) cose che ci accadono così come è purtroppo scontato che le occasioni perse, i rimorsi, i rimpianti, le sconfitte (come scrivi) facciano parte di noi.
Altrimenti saremmo perfetti.

@Silver Silvan
Anche io non apprezzo la ricerca di risposte intercambiabili (che però nel commento di Sefora non vedo).

Sefora Haboker ha detto...

Non avevo intenzione di pormi come 'maestra', ho semplicemente detto quello che penso e, se sono sembrata banale,beh!probabilmente è perché sono proprio così,e non c'è altro!

PuroNanoVergine ha detto...

@Sefora Haboker
Personalmente non ho notato pure io intenzioni da "maestra" ;-)

ciro ha detto...

also sprach silver silvan:
(...)
"Notare qualcosa perché qualcuno ti dice di notarlo lo trovo di una tristezza insopportabile. Invece è un continuo imbattersi in deliri del genere, nei blog. Ci sono cose che andrebbero viste senza che qualcuno ti dia l'imbeccata. (,,,)

e 'mo, caro pnv, come la mettiamo adesso?

PuroNanoVergine ha detto...

@ciro
E 'mo in che senso?

Silver Silvan ha detto...

Confesso di avere una spiccata insofferenza per le frasi che iniziano con "bisognerebbe/si dovrebbe/sarebbe opportuno". Sono il preludio alla lezioncina.

"bisognerebbe saper apprezzare le piccole emozioni di ogni giorno, non edonismo o ricerca sfrenata del piacere, ma uno spettacolo della natura, una canzone, una parola buona, una lezione riuscita, un lavoro ben fatto, una sorpresa inaspettata e gradita, questo, niente altro, perché so che dopo non ci sarà più tempo per nulla. "

Ah, beh, allora bisogneremmo ...

Sefora Haboker ha detto...

In realtà parlo quasi sempre per me, non vorrei mai, non mi permetterei di ‘imbeccare’gli altri: usando il modo impersonale penso a quello che io vorrei, e che non sempre riesco a realizzare (e magari non mi faccio neppure capire). Questo è tutto.
Di Buzzati, oltre al “Deserto dei Tartari”, letto secoli fa, non so molto (ma mi riprometto di leggere altro). Mi sembra che nel brano proposto da PNV, molto bello (attenzione, il brano, non PNV) ci sia la stessa grande tristezza di fondo.

PuroNanoVergine ha detto...

@Sefora Haboker
Di Buzzati lessi "Il deserto dei tartari" (che portai credo alla maturità).
Non mi piacque molto.
Diverso fu con "Un amore" (probabilmente autobiografico) e soprattutto con le raccolte di racconti che, per quello che può valere il mio giudizio, consiglio.

Anonimo ha detto...

'Un amore' è TOTALMENTE autobiografico. Da notare che, quando Buzzati era ormai a pochi giorni dall'exitus, Almerina cercò e rintracciò Laide, chiedendole di venire alla Madonnina a salutare Dino morente. Cosa che quella fece. Quando poi se ne andò, Almerina chiese al marito: "che effetto ti ha fatto ?" E Buzzy rispose: "quello che mi fa la nostra stiratrice".
Eppure in 'un amore' la passione, l'umiliazione, la sofferenza terribili si sentono in ogni riga ( per fortuna,davvero per fortuna, tutto passa...)

Posso permettermi di suggerirvi i "60 racconti", premio Strega 1958, se non li conoscete già?

la Lisistratica (oggi abbiamo fatto in teatro le prove generali,PNV ! Non è andato troppo male,onestamente...la strizza è molto diminuita)|

PuroNanoVergine ha detto...

@Lisistratica
Bello l'aneddoto di Buzzati!
Mi ha sorpreso la sua reazione di fronte alla "Lolita" ritrovata.
Concordo sulla sofferenza e l'umiliazione che sono rese benissimo nel libro.
Sui racconti rilancio nel senso che mi regalarono i 180 racconti (era una raccolta di raccolte, compresa quella dei 60) che mi fece conoscere Buzzati (e che mi portò a portarlo alla maturità).
Non preoccuparti per lo spettacolo: verrà bene ;-)

Silver Silvan ha detto...

Ehi mi avete incuriosito, coi vostri aneddoti! Non succedeva da un bel po'.

Signor PNV, non molto bello, ma lei si definirebbe malinconico?

PuroNanoVergine ha detto...

@Silver Silvan
Sembrerà strano, ma forse lo ero più da ragazzo.

p.s. Non molto bello? Direi fin troppo brutto.

Silver Silvan ha detto...

Ok, vorrà dire che me la immaginerò virtualmente bellissimo. Tanto nel virtuale sono tutti ciechi come talpe!

;