sabato 19 aprile 2014

Sorpresa subatomica

Impazienti, le mie mani si muovono nel tentativo di spacchettare l’uovo di Pasqua di 180 cm centottanta acquistato all’IperCoop.
Devo togliere il più velocemente possibile l’incartamento argentato con fiocco rosso, colpire con un colpo (i colpi sono fatti per colpire) degno del miglior Bruce Lee l’uovo di cui sopra e… ZAC!... gustarmi la visione della sorpresa, anzi, la Sorpresa, con la S maiuscola, S come Svezia, perché sono sicuro che lì dentro, cioè dentro l’uovo, l’uovo di cui sopra, comparirà una violinista svedese come quella apparsa a Silvio I Sire d’Arcore e dell’Italia Intera, alcuni anni orsono.
Una supersventola nordica diplomata al Conservatorio e dotata di scollatura mostra poppe da svenimento.
Tolgo quindi la carta argentata, la butto a terra in compagnia del fiocco rosso, colpisco con un colpo l’uovo, l’uovo di cui sopra, che si spacca in due come una mela (sarà un uovo in crisi d'identità) per mostrare al suo interno (nel frattempo il mio piccolo pene tende lento e inesorabile ad alzarsi, la punta rivolta verso il cielo, missile terra aria pronto a colpire) una… no… uno… anzi… un… un… un altro uovo di Pasqua, un uovo di 150 cm d’altezza, la carta argentata a impacchettarlo, nessun fiocco rosso ad abbellirlo.
Trenta secondi di perplessità (mentre il mio piccolo pene tende inesorabile a tornare nella posizione di riposo iniziale) e poi riparto con maggior vigore: se ho fracassato senza pietà un uovo di 180 cm nulla mi impedirà di sbriciolare il fratello minore di 150.
Secondo spacchettamento, secondo colpo alla Bruce Lee (il piccolo pene di nuovo in fase up) e seconda sorpresa, una… no… uno… anzi… un… un… un altro uovo di Pasqua, un uovo di 120 cm d’altezza, carta argentata e fiocco rosso esente.
Nessuna perplessità, solo una leggera incazzatura (pene in fase down) perché questo contrattempo mi allontana la visione (e non solo quella) delle poppe della violinista svedese.
La faccio breve (non vorrei tediarvi con un post interminabile).
Di violiniste neanche l’ombra, ma una serie ininterrotta di uova di Pasqua a matrioska, 180 cm il primo, 150 il secondo, poi 120, quindi 90, 60, 30 e così via, fino ad arrivare al piccolo ovetto con carta argentata (almeno credo) che tengo sulla punta del dito indice, un minuscolo ovetto alto tre millimetri che non so come poter ulteriormente spacchettare.
Sono consapevole che nessuna violinista svedese allieterà le mie serate “musicali”, ma al contempo determinato a trovare all’interno dell’ennesimo uovo (fosse anche enne tendente all’infinito) una sorpresa vera e propria e non un uovo di dimensioni ancor più ridotte.
Da sola la determinazione può non bastare, per proseguire nell’opera di spacchettamento ho bisogno dell’aiuto del mio caro amico Carlo.

* * *

L’amico Carlo si mostra entusiasta, come previsto, mi invita a raggiungerlo seduta stante a casa sua per poi partire insieme, a bordo della sua 128 rossa, direzione Ginevra.

* * *

La stanza è minuscola, un tre metri per tre con al centro un tavolo in acciaio sopra al quale campeggia una sorta di microscopio elettronico.
“Vedi…” Carlo anticipa l’ovvia domanda “… questo è uno Spacchettatore Subatomico di Terza Generazione. Può spacchettare uova di dimensioni inferiori a quelle del nucleo dell’atomo di idrogeno.”
“Incredibile…” il mio è stupore non dissimulato “… quindi potremmo andare avanti ad aprire uova per ore ed ore ed ore visto che siamo a quota tre millimetri, mentre lo Spacchettatore può operare su scale nanometriche?”
“Esatto, PuroNanoVergine, esatto. Vedrai che arriveremo a scoprire la Sorpresa Finale!”
“Chissà cosa conterrà l’ultimo uovo?”
“Una mezza idea ce l’ho.” sorriso furbetto di Carlo.
“Davvero?”
“Certo…” prima che possa chiedere ulteriori spiegazioni, l’amico mi fornisce il chiarimento atteso “… ti assicuro che la tua curiosità, la tua impazienza, lo vedo che sei ansioso di arrivare al dunque, non sono nulla in confronto alla mia, perché quando mi hai descritto le uova a matrioska, la serie interminabile delle stesse, ho capito che senza volerlo avevi acquistato all’Esselunga…”
“Era l’Ipercoop.”
“… scusami, all’Ipercoop, un uovo speciale, un uovo che potrebbe rivoluzionare la storia della Fisica Subatomica, dando conferma sperimentale alla Teoria del grande fisico russo Vladimir Kinderov, il padre del Tuorlone…”
“Tuorlone?”
“… il famosissimo Tuorlone di Kinderov, una particella che, se ne venisse osservata l’esistenza, porterebbe a unificare le quattro forze fondamentali della natura: quella gravitazionale, l’elettromagnetica, la nucleare debole e…”
“Basta Carlo, basta! Per me è arabo. Non capisco un'acca di quello che stai dicendo.”
“Ma no, lasciami finire.”
“Tanto è inutile, io e la fisica non siamo mai andati d'accordo. Dimmi solo se scoprire questo Tuorlone è veramente importante o se...”
“Importante? Importante!? Importante!?!? Significherebbe Premio Nobel assicurato!!”
“Ne hai già vinto uno.”
“Certo...” conferma il mio amico Carlo Rubbia “... ma sarei strafelice di fare il bis e in tua compagnia, per giunta! Pensa, il primo NanoNobel della storia.”
La prospettiva, devo ammetterlo, è sfriccicosa.
Non voglio far perdere altro tempo al mio compagno del Cern (perché siamo al Cern, se non si fosse capito) e lo incito, complice lo strano aggeggio che sta per azionare, a spacchettare l'uovo da tre millimetri che ci ha accompagnato nel tragitto Milano-Ginevra.

* * *

Sono passate 12 ore dall'inizio dei lavori.
Due ascelle pezzate sulla camicia a quadrettoni azzurri evidenziano lo sforzo al limite dell'umano dell'amico fisico.
“Cazzo...” sbotta il Rubbia furente “:.. cazzo! Siamo al 1457esimo fottutissimo uovo, dimensione approssimativa di 12 nanometri e mezzo, e la Sorpresa, porco di quel neutrone maremmano, neanche a parlarne.”
“Sai che ti dico? Lasciamo stare. Si può vivere senza Tuorlone e senza violiniste nordiche.”
“Eh no, caro il mio PNV, se vuoi realizzare un sogno, tagliare un traguardo, devi faticare, sudare, sudare camicie su camicie, se necessario...”
“In effetti.” il mio occhio non si stacca dalle ascelle rubbiane.
“... e alla fine, parlo per esperienza, la mèta la conquisti.”
“Va bene. Mi hai convinto. D'altronde sei tu che stai faticando. Io mi limito a osservarti.”
Undici rintocchi di campana interrompono il nostro dialogo, annunciando l'imminente notte svizzera.
“Si avvicina la mezzanotte, vacca di quell'elettrone debosciato. Forse non hai tutti i torti, PuroNano. Facciamo così: ne spacchetto altre 10 e se non caviamo una sorpresa dall'uovo proseguiamo domani.”
“E 10 sia.” appoggio la proposta.

* * *

Il buon Rubbia riparte per lo sprint finale: primo uovo, secondo, terzo... ottavo e poi... al nono un:
“Noooooooooooooooooooooooooooooooo” a esprimere un “leggero” disappunto.
“Cosa succede?” nella mia voce un pizzico di preoccupazione.
“Ho una buona e una cattiva notizia.”
“Ovvero?”
“La buona è che le uova sono finite: siamo arrivati alla Sorpresa Finale, la Sorpresa Subatomica.”
“E la cattiva? Niente Tuorlone?” la risposta immagino sia scontata.
“Esatto, PNV. Anche per stavolta il Tuorlone di Kinderov rimane un miraggio. Nell'ultimo uovo, 2 nanometri in altezza, ho trovato un braccialetto di neutrini.”
“Beh, in fondo non è così male come sorpresa.”
“Ma va là, PuroNano, ma va là. E' chiaramente una collanina di neutrini di seconda mano, Made in Taiwan, roba che puoi trovare in qualsiasi bancarella di chincaglieria a buon mercato.”
Le guanciotte di Carlo Rubbia vengono ora rigate da due due timidi lacrimoni.
Una pacca di incoraggiamento sull'anca da parte mia (le spalle del nobel per la fisica mi sono precluse, visti i 60 centimetri che ci dividono) e insieme, entrambi sfiduciati, orfani di Tuorloni e di violiniste procaci, abbandoniamo il Cern.
Ci attende un mesto e sconsolato rientro a Milano.

sabato 12 aprile 2014

sabato 29 marzo 2014

Post postale



Te ne fai una ragione: il sabato mattina in Posta lo passi in coda, una coda che nel mio caso, minuto più, minuto meno, è prossima all’ora.

Te ne fai una ragione perché incazzarsi non serve, non puoi nulla contro la lentezza esasperante (ma tu, che te ne sei fatto una ragione, non ti esasperi) degli impiegati.
Credo vi sia una mutazione genetica alla base, qualcosa nel loro DNA che li renda lenti, a prescindere dal fancazzismo d’ordinanza.
Sono ritardati, nel senso che si muovono in ritardo.
Iporeattivi, non corrono il rischio squalifica per partenza anticipata in una finale dei cento metri piani.
Vivono in uno stato di perenne dormivaglia.

E poi non è solo colpa loro, la lentezza umana va di pari passo con quella tecnologica.

Pigiano tastiere collegate a computer di non so quale era geologica (me li immagino i fornitori di PC per le Poste: “Che dici se gli mettiamo una RAM di 4Gb?” “4Gb? Stai scherzando? 64Mb bastano e avanzano.”; “E l’hard disk? Che si fa? Risparmiamo con un 30Gb?” “30Gb? Ti sei bevuto il cervello? 1Gb e andare!”; “L’antivirus?” “Il virus, mettici un virus: quello che gli impalla la stampante.”; “Questa motherboard mi sa che ha dei problemi!” “Perfetto: ficcala dentro, che un bel crash non si nega a nessuno.”)
Poi uno si chiede perché un sabato è il PC dello sportello 1 che si è bloccato, il secondo sabato è quello dello sportello 2, il terzo va ko la postazione 4, quello successivo sono fuori servizio la 2, la 3 e la 6 (roba che potrebbero indire un concorso a premi, un SuperPostaLotto per indovinare la combinazione vincente: azzecchi i PC indisponibili e in cambio hai diritto a un posto in prima fila allo sportello 7, quello per l’invio pacchi, l’unico che non preveda un computer).

E non è solo demerito di impiegati e PC scafessi, perché la colpa è pure nostra, clienti impediti.

Su tutti i vecchietti iporiflettenti, ipovedenti, ipoudenti, iPodmuniti (come vende i suoi prodotti la Apple, non li vende nessuno), che sono lì, col loro bigliettino in mano e non s’accorgono che lo schermo a LED rossi li ha appena chiamati, li invita a far presto, che si presentino allo sportello 12 (ritiro pensioni), presto, ma loro non scattano, non vedono, non sentono, non riescono a selezionare l’ultimo singolo di Lady Gaga e quando finalmente si presentano davanti all’impiegato (che nel frattempo sta cercando di riparare, con movimenti lenti e scoordinati, la stampante guasta in dotazione) si scordano il motivo della loro presenza in quell’ufficio e piangono, i più estroversi, oppure se ne escono, spalle curve, un filo di urina che esce dalle sottane (kilt per gli uomini), i più introversi.

Per non parlare degli extracomunitari che vengono qui a godere gratis delle nostre file del sabato mattina in posta, a occupare i nostri sportelli con pretese assurde tipo pagare le bollette della luce (pure la luce hanno, ‘sti scansafatiche), a depositare soldi sul loro conto corrente (chissà dove hanno preso la grana), a inviare raccomandate nei loro paesi di origine (come se là, là da loro, ci fosse la posta), addirittura a ritirare il passaporto e siccome, pur giovani, iperiflettenti, ipervedenti, iperudenti, non conoscono la lingua, finisce che ti si piazzano davanti allo sportello per tre quarti d’ora almeno, l’impiegato che mima, con movimenti lenti e scoordinati, che no, non va bene, per pagare le bollette della luce devono esibire il passaporto, per depositare i soldi devono esibire il passaporto, per inviare raccomandate devono esibire il passaporto, per ritirare il passaporto devono esibire il passaporto…

* * *

Te ne fai una ragione: il sabato mattina in Posta lo passi in coda, una coda che nel mio caso, minuto più, minuto meno, è prossima all’ora, un tempo che in fondo è quasi volato, basta non indispettirsi, tanto più che lo schermo a LED rossi segna A29 e tu hai in mano il tuo bel bigliettino con sopra impresso un A31 sbiadito, due soli utenti ti precedono e poi sarà il tuo turno.

* * *

Sei lì, seduto sulla seggiola in legno quando vedi entrare una ragazza mora, camicia azzurra a quadri con scollatura incorporata, è la prima cosa che noti, subito seguita da un paio di jeans attillati e le scarpe rosse tacco 8.
La osservi mentre nervosa pigia il pulsante per ottenere il bigliettino per la fila (ti immagini un A45, perlomeno, a giudicare dalle persone presenti nell’ufficio) per poi guardarsi intorno, notare un posto incredibilmente libero proprio a fianco della postazione dove tu, piccolo nano A31 sei posizionato, dirigersi rapida verso di te, sedersi, accavallare le gambe e darsi una sistemata alla camicetta in modo che la scollatura venga ulteriormente evidenziata.

“Mio Dio! Questo ufficio il sabato mattina è sempre pieno!” esordisce rivolgendoti la parola.

Impreparato al miracolo, una semidea dotata di quarta coppa B che ti degna di attenzione, sei in grado solo di ribattere con un impacciato:

“Giu… giusto.”

“Colpa degli impiegati, fancazzisti decerebrati, lenti come la morte.”

“Giu… giusto.”

“E dei computer che usano, carrette che si rompono ogni due per tre.”

“Giu… giusto.”

“E poi anche gli utenti fan perdere del gran tempo.”

“Giu… giusto.”

“I vecchi, non parliamone, perdono il turno, dimenticano perché sono qui, poi piangono e si pisciano pure sotto.”

“Giu… giusto.”

“E gli extracomunitari, che occupano abusivamente i nostri sportelli e mai una volta, dico una, che si ricordino di portare con sé il passaporto.”

“Giu… giusto.” la ragazza mi ha tolto le parole di bocca (e il fiato per cotanta bellezza scollacciata).

“E così si perde sempre del gran tempo. Lei…” un Lei pronunciato con un sorriso a 32 splendidi denti “… Lei da quanto tempo è in fila?”

“Giu… giusto.”

“Giusto? Le ho chiesto da quanto tempo è in fila.”

“Ops, scusi, l’emozione, una semidea, che mi parla, sa, non capita mai, comunque sarò in fila da almeno un’ora.”

“Sia più preciso.”

“Ma come posso… posso essere più”

“Dia qua” nel terminare la frase Afrodite mi toglie il bigliettino di mano, lo osserva attenta, sembra fare due conti mentalmente per poi uscirsene con un:

“Sul suo biglietto è indicato l’ora del prelievo del medesimo. Le 9 e 21. Ora sono le 10 e 24, quindi è in attesa da ben 63 minuti. Un’eternità!” nel terminare la frase Afrodite mi riconsegna il biglietto.

“63 minuti.” ripeto pappagalloso, due poppe quarta coppa B a ipnotizzarmi, nell’esatto istante in cui lo schermo a LED rossi segna l’A31 agognato.

Mi risveglio dal torpore mammellare, faccio per alzarmi dalla seggiola in legno, ma vengo preceduto dalla mora semidea che si lancia a passi decisi verso lo sportello numero 4.

“Signorina, scusi, tocca a me.” le sussurro (sono timido, non oserei alzare la voce in un luogo pubblico) sventolando il mio bigliettino sul quale è stampato… inspiegabilmente… un A45 sbiadito.

* * *

“Signora, come può essere il suo turno? È entrata cinque minuti fa nell’ufficio!” la domanda è formulata da una tipa corpulenta, un’impalcatura a sorreggerle la bionda cotonata e ossigenata chioma, una domanda che mi toglie le parole di bocca, la mia boccuccia rimasta aperta, l’espressione ebete di chi conosce la risposta al quesito posto alla dea popputa, ma non può o non vuole svelarlo.

“Ha ragione, sono entrata da poco, ma il Signore…” il Signore, pronunciato con un sorriso a 32 splendidi denti, sarei io “… mi ha gentilmente offerto il suo biglietto. Sa, ho purtroppo molta fretta e non potevo”

“Tutti abbiamo fretta” interruzione della sergente di ferro, insoddisfatta della spiegazione.

“Mi spiace, ma cosa vuole, se non le va bene si rivolga al Signore.”  un Signore pronunciato con un’espressione che denota ora un inspiegabile e irriconoscente accenno di disprezzo.

“Se è così generoso perché non si è offerto prima di cedere il proprio posto a qualcun altro? Magari a qualche signora anziana che fa fatica a stare in fila per troppo tempo?” più che una domanda è una sentenza di condanna senza appello che esce dalle labbra di porpora truccate della sergentessa.

“Ma, sa, mi scusi, io, cioè, non ci avevo pensato, poi entra lei, la semidea, mi parla, non succede mai che una semidea, insomma, le porgo il biglietto, lei lo legge, poi me lo dà indietro, era A31 e diventa A45, sarà stata una magia.”

“È sicuro di star bene? Che cosa sta farfugliando?” insiste impietosa la giudicessa cotonata.

“Ma, sa, mi scusi, ora devo andare, si è fatto tardi, ho un A45, sarà almeno un’altra ora di coda, allora vado, salve, cioè, la semidea, forse mi ha fregato, forse, addio.”

* * *

Mi incammino a testa bassa per evitare gli sguardi di disapprovazione dei presenti, sento solo un mormorio al mio passaggio in mezzo alla “folla”, dei bisbigli rancorosi, dei “bietolone”, “nano maiale”, “per due tette si è fatto infinocchiare”, “pippaiolo”, persino un “liberaldemocratico” (per colpa del Foglio che impugno nella mano destra).

Esco dalla porta dell’Ufficio Postale, un sospiro per recuperare un minimo di calma, poco prima che una lacrima mi righi la guancia destra e contemporaneamente che una striscia liquido giallognola faccia altrettanto sulla coscia sinistra.