sabato 12 aprile 2014

sabato 29 marzo 2014

Post postale



Te ne fai una ragione: il sabato mattina in Posta lo passi in coda, una coda che nel mio caso, minuto più, minuto meno, è prossima all’ora.

Te ne fai una ragione perché incazzarsi non serve, non puoi nulla contro la lentezza esasperante (ma tu, che te ne sei fatto una ragione, non ti esasperi) degli impiegati.
Credo vi sia una mutazione genetica alla base, qualcosa nel loro DNA che li renda lenti, a prescindere dal fancazzismo d’ordinanza.
Sono ritardati, nel senso che si muovono in ritardo.
Iporeattivi, non corrono il rischio squalifica per partenza anticipata in una finale dei cento metri piani.
Vivono in uno stato di perenne dormivaglia.

E poi non è solo colpa loro, la lentezza umana va di pari passo con quella tecnologica.

Pigiano tastiere collegate a computer di non so quale era geologica (me li immagino i fornitori di PC per le Poste: “Che dici se gli mettiamo una RAM di 4Gb?” “4Gb? Stai scherzando? 64Mb bastano e avanzano.”; “E l’hard disk? Che si fa? Risparmiamo con un 30Gb?” “30Gb? Ti sei bevuto il cervello? 1Gb e andare!”; “L’antivirus?” “Il virus, mettici un virus: quello che gli impalla la stampante.”; “Questa motherboard mi sa che ha dei problemi!” “Perfetto: ficcala dentro, che un bel crash non si nega a nessuno.”)
Poi uno si chiede perché un sabato è il PC dello sportello 1 che si è bloccato, il secondo sabato è quello dello sportello 2, il terzo va ko la postazione 4, quello successivo sono fuori servizio la 2, la 3 e la 6 (roba che potrebbero indire un concorso a premi, un SuperPostaLotto per indovinare la combinazione vincente: azzecchi i PC indisponibili e in cambio hai diritto a un posto in prima fila allo sportello 7, quello per l’invio pacchi, l’unico che non preveda un computer).

E non è solo demerito di impiegati e PC scafessi, perché la colpa è pure nostra, clienti impediti.

Su tutti i vecchietti iporiflettenti, ipovedenti, ipoudenti, iPodmuniti (come vende i suoi prodotti la Apple, non li vende nessuno), che sono lì, col loro bigliettino in mano e non s’accorgono che lo schermo a LED rossi li ha appena chiamati, li invita a far presto, che si presentino allo sportello 12 (ritiro pensioni), presto, ma loro non scattano, non vedono, non sentono, non riescono a selezionare l’ultimo singolo di Lady Gaga e quando finalmente si presentano davanti all’impiegato (che nel frattempo sta cercando di riparare, con movimenti lenti e scoordinati, la stampante guasta in dotazione) si scordano il motivo della loro presenza in quell’ufficio e piangono, i più estroversi, oppure se ne escono, spalle curve, un filo di urina che esce dalle sottane (kilt per gli uomini), i più introversi.

Per non parlare degli extracomunitari che vengono qui a godere gratis delle nostre file del sabato mattina in posta, a occupare i nostri sportelli con pretese assurde tipo pagare le bollette della luce (pure la luce hanno, ‘sti scansafatiche), a depositare soldi sul loro conto corrente (chissà dove hanno preso la grana), a inviare raccomandate nei loro paesi di origine (come se là, là da loro, ci fosse la posta), addirittura a ritirare il passaporto e siccome, pur giovani, iperiflettenti, ipervedenti, iperudenti, non conoscono la lingua, finisce che ti si piazzano davanti allo sportello per tre quarti d’ora almeno, l’impiegato che mima, con movimenti lenti e scoordinati, che no, non va bene, per pagare le bollette della luce devono esibire il passaporto, per depositare i soldi devono esibire il passaporto, per inviare raccomandate devono esibire il passaporto, per ritirare il passaporto devono esibire il passaporto…

* * *

Te ne fai una ragione: il sabato mattina in Posta lo passi in coda, una coda che nel mio caso, minuto più, minuto meno, è prossima all’ora, un tempo che in fondo è quasi volato, basta non indispettirsi, tanto più che lo schermo a LED rossi segna A29 e tu hai in mano il tuo bel bigliettino con sopra impresso un A31 sbiadito, due soli utenti ti precedono e poi sarà il tuo turno.

* * *

Sei lì, seduto sulla seggiola in legno quando vedi entrare una ragazza mora, camicia azzurra a quadri con scollatura incorporata, è la prima cosa che noti, subito seguita da un paio di jeans attillati e le scarpe rosse tacco 8.
La osservi mentre nervosa pigia il pulsante per ottenere il bigliettino per la fila (ti immagini un A45, perlomeno, a giudicare dalle persone presenti nell’ufficio) per poi guardarsi intorno, notare un posto incredibilmente libero proprio a fianco della postazione dove tu, piccolo nano A31 sei posizionato, dirigersi rapida verso di te, sedersi, accavallare le gambe e darsi una sistemata alla camicetta in modo che la scollatura venga ulteriormente evidenziata.

“Mio Dio! Questo ufficio il sabato mattina è sempre pieno!” esordisce rivolgendoti la parola.

Impreparato al miracolo, una semidea dotata di quarta coppa B che ti degna di attenzione, sei in grado solo di ribattere con un impacciato:

“Giu… giusto.”

“Colpa degli impiegati, fancazzisti decerebrati, lenti come la morte.”

“Giu… giusto.”

“E dei computer che usano, carrette che si rompono ogni due per tre.”

“Giu… giusto.”

“E poi anche gli utenti fan perdere del gran tempo.”

“Giu… giusto.”

“I vecchi, non parliamone, perdono il turno, dimenticano perché sono qui, poi piangono e si pisciano pure sotto.”

“Giu… giusto.”

“E gli extracomunitari, che occupano abusivamente i nostri sportelli e mai una volta, dico una, che si ricordino di portare con sé il passaporto.”

“Giu… giusto.” la ragazza mi ha tolto le parole di bocca (e il fiato per cotanta bellezza scollacciata).

“E così si perde sempre del gran tempo. Lei…” un Lei pronunciato con un sorriso a 32 splendidi denti “… Lei da quanto tempo è in fila?”

“Giu… giusto.”

“Giusto? Le ho chiesto da quanto tempo è in fila.”

“Ops, scusi, l’emozione, una semidea, che mi parla, sa, non capita mai, comunque sarò in fila da almeno un’ora.”

“Sia più preciso.”

“Ma come posso… posso essere più”

“Dia qua” nel terminare la frase Afrodite mi toglie il bigliettino di mano, lo osserva attenta, sembra fare due conti mentalmente per poi uscirsene con un:

“Sul suo biglietto è indicato l’ora del prelievo del medesimo. Le 9 e 21. Ora sono le 10 e 24, quindi è in attesa da ben 63 minuti. Un’eternità!” nel terminare la frase Afrodite mi riconsegna il biglietto.

“63 minuti.” ripeto pappagalloso, due poppe quarta coppa B a ipnotizzarmi, nell’esatto istante in cui lo schermo a LED rossi segna l’A31 agognato.

Mi risveglio dal torpore mammellare, faccio per alzarmi dalla seggiola in legno, ma vengo preceduto dalla mora semidea che si lancia a passi decisi verso lo sportello numero 4.

“Signorina, scusi, tocca a me.” le sussurro (sono timido, non oserei alzare la voce in un luogo pubblico) sventolando il mio bigliettino sul quale è stampato… inspiegabilmente… un A45 sbiadito.

* * *

“Signora, come può essere il suo turno? È entrata cinque minuti fa nell’ufficio!” la domanda è formulata da una tipa corpulenta, un’impalcatura a sorreggerle la bionda cotonata e ossigenata chioma, una domanda che mi toglie le parole di bocca, la mia boccuccia rimasta aperta, l’espressione ebete di chi conosce la risposta al quesito posto alla dea popputa, ma non può o non vuole svelarlo.

“Ha ragione, sono entrata da poco, ma il Signore…” il Signore, pronunciato con un sorriso a 32 splendidi denti, sarei io “… mi ha gentilmente offerto il suo biglietto. Sa, ho purtroppo molta fretta e non potevo”

“Tutti abbiamo fretta” interruzione della sergente di ferro, insoddisfatta della spiegazione.

“Mi spiace, ma cosa vuole, se non le va bene si rivolga al Signore.”  un Signore pronunciato con un’espressione che denota ora un inspiegabile e irriconoscente accenno di disprezzo.

“Se è così generoso perché non si è offerto prima di cedere il proprio posto a qualcun altro? Magari a qualche signora anziana che fa fatica a stare in fila per troppo tempo?” più che una domanda è una sentenza di condanna senza appello che esce dalle labbra di porpora truccate della sergentessa.

“Ma, sa, mi scusi, io, cioè, non ci avevo pensato, poi entra lei, la semidea, mi parla, non succede mai che una semidea, insomma, le porgo il biglietto, lei lo legge, poi me lo dà indietro, era A31 e diventa A45, sarà stata una magia.”

“È sicuro di star bene? Che cosa sta farfugliando?” insiste impietosa la giudicessa cotonata.

“Ma, sa, mi scusi, ora devo andare, si è fatto tardi, ho un A45, sarà almeno un’altra ora di coda, allora vado, salve, cioè, la semidea, forse mi ha fregato, forse, addio.”

* * *

Mi incammino a testa bassa per evitare gli sguardi di disapprovazione dei presenti, sento solo un mormorio al mio passaggio in mezzo alla “folla”, dei bisbigli rancorosi, dei “bietolone”, “nano maiale”, “per due tette si è fatto infinocchiare”, “pippaiolo”, persino un “liberaldemocratico” (per colpa del Foglio che impugno nella mano destra).

Esco dalla porta dell’Ufficio Postale, un sospiro per recuperare un minimo di calma, poco prima che una lacrima mi righi la guancia destra e contemporaneamente che una striscia liquido giallognola faccia altrettanto sulla coscia sinistra.

venerdì 14 marzo 2014

La Finta Gravida e la Giudicatrice



La giornata sembra raddrizzarsi quando riesco, con uno scatto stile Pietro Mennea dei tempi d’oro, a conquistare un posto a sedere sul locale delle 8 e 02, treno ad alta densità di pendolari che occupano ogni centimetro quadrato delle nove carrozze a due piani del convoglio.

Comodamente seduto apro il giornale di enigmistica e riprendo la compilazione del sudoku che da due giorni tiene in allenamento i miei neuroni.

Appena lasciata la stazione alzo un attimo gli occhi.
Sorpresa.
Chi ti vedo in piedi, intenta a osservarmi, con il suo classico sguardo viscido supplichevole?

La Finta Gravida.

Conosco il trucco.
Indifferente mi rituffo nel giornalino.

Il tempo di aggiungere un 7 nel riquadro in alto a sinistra dello schema che un’improvvisa rigidità si impossessa delle mie dita rendendole gelide e semiparalizzate.
Anticipo l’apoplessia ruotando lentamente il collo dal basso verso l’alto.
La visione delle ottantuno caselle da numerare è sostituita dalle lenti bifocali sostenute dalla montatura di bachelite marrone che a sua volta poggia sul naso gibboso della Giudicatrice.

* * *

Raramente, per mia fortuna, mi capita di incrociare la Giudicatrice sul treno.

La sua presenza incute una sudditanza reverenziale nei poveri passeggeri che si trovano a lei vicino.

La Giudicatrice non parla.
Osserva.
Osserva e valuta.
Osserva, valuta e nove volte su dieci condanna.

Non ha bisogno di aprire bocca: basta una sistematina alla montatura degli occhiali, un sopracciglio che si alza, una piccola smorfia del labbro superiore e il malcapitato di turno, causa della mimica da rimprovero della donna, sente il gelo del peccato penetrare nelle sue viscere.
Magari non è consapevole del motivo della colpa, ma sa, eccome se lo sa, di aver commesso un delitto non espiabile.

Nell’ultima predica settimanale Don Franco si è lamentato delle scarse offerte dei fedeli nelle questue domenicali, pochi spiccioli se raffrontati alle somme considerevoli raccolte nella Parrocchia di Falcidiate.
Quello che Don Franco non sa, o finge di non sapere, è che a occuparsi del recupero soldi, in quel di Falcidiate, è la Giudicatrice in prima persona.
Passa fra i banchi della chiesa, lento progredire il suo a causa dell’età e della tozza corporatura e miracolosamente, dalle mani dei donatori, cascano fruscianti banconote di 5, 10, talvolta 20 euro.

L’influenza dell’anziana signora non riguarda i soli fedeli ma si estende fino al Parroco, suo datore di lavoro (lei ne è la perpetua).

“Don Basilio: è pronto con la lista peccatorum?”

“Si, sono pronto.”

“Prego, inizi.”

“Airoldi Giacomo, ha messo le corna alla moglie in tre occasioni.”

“Con chi?” la Giudicatrice esige maggiori dettagli.

“Con la cognata, con la baby-sitter della cognata, con la portinaia del condominio dove abita la cognata. Mi sa che il problema è la cognata. Se allontaniamo lei l’Airoldi torna all’ovile.”

“Il problema è lui, altro che la cognata. Sudicione di un sudicione. Non vedo attenuanti. Condannato. Richiesta di scomunica da inoltrare alle autorità competenti entro e non oltre il 15 febbraio. Interdizione immediata dai luoghi di culto della diocesi. Il prossimo?”

“Baccelli Lidia, ha chiesto per il figlio la dispensa dall’ora di religione.”

“Condannata. Obbligo frequentazione quotidiana Santa Messa delle 6 e 30 del mattino, accompagnata dal pargolo. Iscrizione riparatrice all’ora rifiutata. 10 Pater Noster, 15 Ave Maria.”

“Ferrari Fulvio, le sue offerte domenicali non superano i 50 centesimi.”

“Condannato.“

“Ma è cassaintegrato.” timida intercessione del Parroco a favore del Ferrari.

“Condannato alla pulizia settimanale, gratuita, della Sacrestia. Se è disoccupato di tempo per passare lo spazzolone ne ha a sufficienza.”

“Moiraghi Laura. Parcheggio in doppia fila sabato scorso davanti all’ingresso Oratorio Femminile.”

“Condannata. 8 Pater Noster, 2 Salve Regina. 4 torte da preparare per la Festa di Inizio Primavera dell’Oratorio delle quali almeno una al cioccolato e una meringa. Don Basilio, sapesse quanto è buona la meringa.”

Il parroco non commenta le preferenza dolciarie della perpetua e prosegue con la lista imputati.

“Zucca Patrizia. Non ha rinnovato l’abbonamento al giornale parrocchiale devolvendo una somma, di pari entità al costo del rinnovo, all’A.Na.G.I.”

“Assolta.”

“Assolta?”

“Assolta.” conferma la perpetua.

Che colpa può avere Don Basilio se non conosce l’Associazione Nazionale Giudicatrici Inflessibili?

* * *

Mi alzo sconfitto dal sedile e faccio cenno alla Finta Gravida di sedersi evitando  l’espressione di untuoso ringraziamento che sa assumere in questi casi.

Se la Giudicatrice avesse fiutato l’inganno della donna, che mi ha rubato il posto a sedere, non sorriderebbe beata pensando fra sé e sé:

“La Giustizia del Signore, e un poco anche la mia, si è compiuta.”

Mi manca il fegato.

Dovrei avvicinarmi alla Finta Gravida con uno spillone e ZAC! infilarglielo in quel palloncino pieno di elio che nasconde sotto il maglione.
Saranno almeno tre anni che la malandrina si muove sul treno con la pancia di ordinanza, pancia che, particolare fondamentale, non varia mai nelle sue dimensioni.
Le prime volte che l’incrociavo non avevo fatto caso all’invariabilità ventrale, stupendomi che una ragazza moderna fosse poco avvezza ai metodi contraccettivi da sfornare, senza soluzione di continuità, un figlio dietro l’altro.
In realtà quella che mancava nella Finta Gravida, mi ci è voluto del tempo per rendermene conto, era la fase di sfornamento pupo.

Il nervoso per il seggiolino perduto è accentuato dall’equilibrio precario nel quale mi trovo ora, in piedi, una sardina fra le tante inscatolate nel vagone ferroviario.

Evito lo sguardo degli altri passeggeri, testa bassa e persa nel fantasticare su una improbabile vita da sovrano dove indosso i panni regali di Filippo VIII detto Lo Spillonatore, marito della bellissima Karin di Haugendheim, monarca sanguinario passato alla storia per aver ordinato lo sterminio di tutti i neonati all’elio venuti alla luce nelle inospitali terre del regno di Norvegia, anno di grazia 1297.

Le gesta dello Spillonatore lasciano spazio a una voce registrata:

“Dlin Dlon - I signori passeggeri…”

“E le signore?” la Giudicatrice si sente in dovere di interrompere anche un annuncio vocale.

“Dlin Dlon - Le signore passeggere e i relativi signori sono invitati a porre attenzione ai propri effetti personali. E’ segnalata la presenza nelle carrozze di borseggiatori e commercialisti – Dlon Dlin”.

Mi guardo intorno preoccupato.
Alle mie spalle un elegantone profumato tiene in mano una borsa di pelle e una copia del Sole 24 Ore.
Con finta nonchalance mi muovo quanto basta per distanziarmi dal commercialista maramaldo.