sabato 21 aprile 2018

Ricordi d'infanzia

Come nipotino non potrò mai dimenticare il sorriso di mia nonna. 
E il bicchiere che di notte lo conservava.

sabato 14 aprile 2018

L'età dell'innocenza perduta


Sono stati i 40 anni di Goldrake (trasmesso per la prima volta su Rai2 nell'aprile 1978) a riportarmi immediatamente all'infanzia, ai ricordi televisivi del PNV bambino.
Prima di Atlas Ufo Robot (la fatina bionda delle teleannunciatrici, Maria Giovanna Elmi, lo presentava in questo modo) i cartoni animati che Mamma Rai proponeva erano di tutt'altra natura: fra tutti Supergulp (contenitore dove passavano Nick Carter, Alan Ford, l'Uomo Ragno, i Fantastici 4... di manga e anime giapponesi nemmeno l'ombra).
Goldrake era a tutti gli effetti qualcosa di insolito, la comparsa di un mondo popolato da robot, da alieni invasori, coinvolgente per la dinamicità delle immagini animate, le musiche ritmate a sostenere gli sforzi sovrumani di Actarus contro i temibili Vegani (che, se Actarus fosse stato un cowboy U.S.A., avrebbe annientato non a colpi di alabarda spaziale o raggi protonici, ma lanciandogli contro dei Big Mac ripieni di carne di manzo e ketchup).
Goldrake fu l'apripista, seguito subito dopo da Jeeg Robot d'Acciaio, da Mazinga Z (filone robotico spaziale) e in parallelo da cartoni più tradizionali, pensati, credo, per un pubblico di bambine, tipo Heidi o Remi.
Se Goldrake mi vedeva ancora nei panni di un tenero pargoletto di un metro e diciotto (altezza mantenutasi costante nei successivi quattro decenni) le serie che lo seguirono incrociarono un PNV in fase di maturazione, un nanetto che evolveva, alle prese con un mutamento nel proprio corpo (altezza a parte) che lo portava a guardare le animazioni nipponiche sotto un altro punto di vista.
Per essere più chiari: la fascinazione per l'alabarda spaziale e le lame rotanti di Goldrake, per i componenti che componevano (essendo componenti) Jeeg Robot, per il raggio termico di Mazinga, lasciò posto alla fascinazione al quadrato per le tette missili di Venus.
Partivano le sue poppe e io percepivo un automatico "friccicore" nelle zona pelvica, in pieno subbuglio ormonale.
Venus fu il primo contatto del terzo tipo con l'universo femminile (per quanto meccanico e dotato di bulloni e giunture d'acciaio), un incontro preliminare che fu sostituito dalla Margot (Fujiko Mine il nome originale) di Lupin III.
Se la collega di Mazinga era caratterizzata da una femminilità un filo rigida (la ferraglia non è flessibile di suo) al servizio della lotta contro i nemici extraterrestri, la compagna di Lupin mostrava in modo chiaro che ben più dei missili tettonici erano la sensualità, la malizia, la flessuosità nelle curve, le vere armi che una ragazza poteva utilizzare quando se ne fosse presentata l'occasione (in particolare per abbindolare i maschi arrapati, Lupin in testa, che le gravitavano intorno).
Certo, una visione della donna da un punto di vista maschile, opinabile, ma che fece presa su un ragazzino che trasudava ormoni da tutti i pori, trasudamento che esigeva un quotidiano ricorso alla doccia, acqua e bagnoschiuma, per mitigarne l'effluvio.
A proposito di igiene del corpo, il PNV telespettatore, nel giro di pochi anni, fine '70, primi '80, concluse l'apprendistato di osservatore con pulsioni onanistiche via via crescenti, sostituendo, come detto, i Goldrake, i Jeeg e i Mazinga della prima ora (Pulsione Onanistica di Livello 0, in un range da 0 a 5) con Venus (P.O.d.L. 2), proseguendo con Margot (P.O.d.L. 3,5), per terminare con le esibizioni, a colpi di spugna e strofinamenti vari, sotto il getto d'acqua calda di una doccia istigatrice di pensieri birbantelli, di Edwige Fenech (P.O.d.L. 5++).
Il passaggio da eroine di cartone a un'attrice in carne e ossa rappresentò un salto di qualità, un cambio di paradigma per il PNV testosteronico.
Se da piccolo erano, nell'ordine, l'astronomo, lo scrittore, il ciclista, le professioni che avrei voluto fare una volta cresciuto, fu solo nel pieno dell'adolescenza (le mani di Edwige che accarezzavano i seni burrosi, sui quali scie di Bagno Schiuma Vidal tracciavano ipnotiche traiettorie) che optai senza esitazione alcuna, consapevole della bontà della scelta, per la carriera (posso dire a posteriori, soddisfacente) di onanista professionista.

domenica 25 marzo 2018

L'ilare Milly


Quello che mi sorprende in Milly Carlucci non è il suo sorridere e il suo sprizzare energia da tutti i pori (non solo energia... dopo leggerete), ma l'invariabile presenza del sorriso sul suo volto, l'emissione costante di kilowatt che non conosce sosta, un attimo di tregua, un'interruzione nell'ipercinetismo che la contraddistingue, un'espressione non dico triste, ma perlomeno neutra del viso, il non saper dire "ora, stop, mi fermo" il corpo a frenare, la bocca a chiudersi, i 64 denti (Milly ha il doppio di molari, premolari, canini, incisivi, denti del giudizio: giudizio entusiasta e positivo nel suo caso) per un attimo parcheggiati nel box, il loro splendore che non abbaglia lo schermo del mio televisore.
No, Milly, invariabilmente sorride, sorride e si muove, sorride, si muove e gesticola; gesticola, gesticola e si muove, gesticola, si muove e sorride, incurante di quanto le accade intorno.
Presenta "Ballando con le stelle" dove capita, talvolta, che qualche ballerino improvvisato (di solito un vecchio vip stella cadente che tenta di risalire la china di un successo che fu) incespichi, cada, si sloghi una caviglia, si strappi un quadricipite, si fratturi un perone, stramazzi al suolo infartuato... insomma, dove il contrattempo doloroso è dietro l'angolo (ne ammazza più il foxtrot della sigaretta) e il vip stella cadente, ora caduta, emetta gemiti di dolore mentre striscia sul pavimento della pista da ballo... insomma ti attendi dalla presentatrice una partecipazione emotiva, una preoccupazione a incresparne i bei lineamenti, increspatura che in realtà si manifesta, ma nel modo sbagliato, piccole rughe intorno alla bocca (sorridente), gli occhi sbarrati (sorridenti), le orecchie drizzate (sorridenti), lo smalto bianco polare che fuoriesce dallo schermo e mi illumina il salotto (sorridente), la voce (sorridente) che invita il moribondo a rialzarsi e che sottolinea la straordinarietà del ballo perché il dolore in fondo è qualcosa di positivo che ci fa apprezzare ancor di più la bellezza della vita (il concorrente, nel frattempo, morto).

Mi sono chiesto da dove provenga il sorriso sempiterno e l'energia inesauribile di Milly.

Non ha avuto per caso un'infanzia stile Obelix?
Il ciccio gallico, da piccolo, cadde nel pentolone di Panoramix e grazie alla pozione magica contenuta nella pentola, acquisì una forza che si portò dietro per tutta la vita.
Vuoi vedere che la Carlucci, da piccina, cadde in una pentola di uno zio farmacista, si imbevette di Prozac al punto che da allora, da quel fausto evento, le venga naturale aprire la bocca, sorridere entusiasta, sprizzare energia (e antidepressivo) dai pori, condizionando, con la sua iperidrosi farmaceutica, anche coloro che le stanno vicino?

O forse no, nessuna pentola al Prozac, Milly Carlucci è un'attrice di primissimo ordine, una donna normale che, come tutti i comuni mortali, ha i suoi momenti di tristezza, di sconforto, le sue sofferenze, le sconfitte, ma che non voglia mostrarle, non tanto al pubblico che la segue, ma a se stessa, che si sia immedesimata nella parte della "Milly sempre contenta, sempre entusiasta" dove il lato negativo della vita non esiste, dove il nascondersi la realtà non può conoscere cedimento alcuno, neppure momentaneo, pena il venir meno di ogni positiva certezza, il liquefarsi di ogni speranza, il dissolversi di ogni illusione?

Se così fosse, in fondo, non potremmo non dare ragione all'ilare Milly.

Ma sì, tanto vale vivere senza mai riposare, nessuna sospensione al proprio iperattivismo ottimista, all'espressione sorridente dai 64 denti bianco smaltati, con la consapevolezza, però, che la conclusione sia comunque inevitabile, e che, riadattando un motto anarchico dell'800 (tornato in auge nel 68), alla fine "una risata ci seppellirà".

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