giovedì 20 settembre 2018

(Ec)citazione #16


Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai.

(Gabriel Garcia Marquez)

giovedì 13 settembre 2018

(S)fortuna

L’ultimo in ordine di tempo è un ambo (9-90) giocato su ruota fissa (Bari) indicando una terna di numeri (al 9-90 va aggiunto il 45).
Un colpo di fortuna che mi porta 80 euro nelle tasche, soldi sufficienti per invitare a cena Silvia, consapevole che la vincita al Lotto sarà probabile preannuncio dell’ennesimo due di picche.

“PNV, lo sai come si dice in questi casi?”

“Sì, ma stiamo parlando di un misero ambo.”

“Su ruota fissa, però.”

“Non era un ambo secco. Bastava che uscissero due dei tre numeri prescelti. In questo modo aumentano le probabilità di azzeccare.”

“Aumento relativo. Non a caso la vincita è pagata 80 volte la posta. Quanto hai giocato?”

“1 euro.”

“Per un guadagno di 80 euro.”

“Che ho deciso di impiegare ora, per questa fantastica cena.”

“Non mi starai rinfacciando che pagherai tu il conto?”

“No, era solo per precisare che”

“Che non siamo compatibili. Ricomincio da capo. Lo sai cosa si dice in questi casi?”

“Fortunato nel gioco, sfortunato in amore.”

“Appunto.”

Peccato.
Nell’ipotesi improbabile di non venir “rimbalzato”, avrei invitato la collega nel minuscolo bilocale per mostrarle non la solita collezione di farfalle, ma un fantastico divano a due posti, in tessuto sintetico bianco con striature rosse, senza braccioli, scomodo come pochi, ma dalla personalità light & easy, prodotto ideale per una design minimalist living room, la cui destinazione naturale sarebbe la sala d’attesa di uno studio dentistico (il tessuto bianco a ricordare lo smalto dei denti, le striature rosse il sanguinamento gengivale) e non un salotto con parquet e tavolino basso (altezza nano) in legno di ciliegio.

“Prego, accomodati.”

“Questo divano è un pugno in un occhio.”

“Condivido, Silvia. Non è un acquisto, ma il Primo Premio alla Lotteria di Ferragosto, organizzata dall’Associazione Commercianti del quartiere, due anni fa.”

La ragazza, espressione a metà fra lo schifato e il perplesso, osserva un quadrato di marmo che occupa il centro del tavolino in legno, posto di fronte al divano vip (divano che, pur con tutti gli sforzi fatti a suo tempo, non riuscii a sbolognare: i 1.600 euro del costo di listino erano scesi, nel proporne la vendita ad amici e colleghi, a un prezzo “imperdibile” di soli 400 euro, consegna a domicilio inclusa).

“E quella roba lì cosa mi rappresenta?”

È una formella in marmo che raffigura San Francesco in dialogo con il lupo.”

“Un uomo che parla coi lupi?”

“Un santo. Il lupo era sull’incazzoso forte, minacciava il paesello dove San Francis abitava, e lui cosa ti fa?”

“Gli spara?”

“No, ci parla, lo accarezza e lo convince che deve delupizzarsi, trasformarsi in agnello mansueto.”

“Io gli avrei sparato, con i lupi non si può mai sapere! Ma lo sai quanti lupi si mimetizzano in agnelli e poi...”

“E poi?”

“Mentre sei lì nel loro salotto, su un orrendo divano mezzo bianco mezzo rosso, davanti a un coso di marmo che fa venire i brividi da quanto è brutto, vorrebbero saltarti”

“A me la formella non dispiace e comunque, al pari del divano, non l’ho comprata.”

“Altra lotteria?”

“Sì, Secondo Premio Lotteria Parrocchiale dell’anno scorso.”

“Vabbè, resta il fatto che pretendi, te lo si legge negli occhietti bavosi, di saltarmi addosso, di sdraiarmi su questo coso di tessuto sintetico e angosciante, con un Santo e un lupo che ci osservano mentre ci accoppiamo”

“Sorry, ma non faccio parte della categoria.”

“Perché, non vorresti forse portarmi a letto?”

“A letto, sì. Ma questo è tecnicamente un divano.”

“Porco!”

Silvia accompagna l’apprezzamento con un colpo di tacco (a spillo) sul mio ginocchio destro.
Approfittando della momentanea defaillance, la collega mi molla dolorante sul divano e lascia il bilocale.
Vivo attimi di estasi mistica: San Francesco esce dalla formella, sotto forma di ologramma, attestandosi a mezz’aria.

“Stai tranquillo PNV, non reagire. Lascia che la ragazza segua il suo istinto, quello che le detta il cuore.”

“E cosa le suggerirebbe il cuore, caro Francis?”


“Di non elargirti le sue grazie.”


“Apprezzo la delicatezza nel dirmi che non me l’avrebbe mai”

“Fermati PNV, così mi diventi volgare.”

L’ologramma ridiscende per rientrare nella formella in marmo.
Il Santo e il lupo mi sorridono, uno sguardo compassionevole sul nano gambizzato che deve la propria verginità a una fortuna nei giochi fuori dal normale.
Mi alzo dal divano e zoppicando, un rivolo di sangue che partendo dalla rotula scorre fino alla caviglia della gamba destra, raggiungo il letto.
Il tempo di stendermi, la testolina appoggiata sul guanciale in piuma d’oca (risultato di una tombola giocata il mese scorso) e di rilassarmi.
Gli occhi socchiusi, inumiditi da un principio lacrimale (per il dolore fisico del ginocchio: come nano tutto d’un pezzo mai potrei piangere per sofferenze d’amore) e di focalizzare l’attenzione sul prossimo appuntamento con la (s)fortuna nell’accoppiata “vincente ai giochi - sconfitto in amore”.
Dunque, potrei puntare 10 euro sulla vittoria di Nibali nel Campionato del Mondo di Ciclismo e invitare Eleonora (la tipa dagli occhi verdi, lentigginosa, del Commerciale) a un apericena in quel nuovo locale...

lunedì 3 settembre 2018

Sorpresa?


Non è la ragazza in sé ad attrarmi, ma la frase che pronuncia allo smartphone e che capto casualmente mentre mi affianca sulla banchina della metro (sono le dieci del mattino in una fredda domenica d’inizio settembre).
Mi spiace mamma, lo so che non stai bene, lo capisco, ma non posso proprio venire. Alle tre e mezza devo vedermi con delle amiche… mi faranno una sorpresa”.
Qualcosa non mi torna nelle sue parole, una stonatura che in un primo momento non riesco a definire con esattezza, ma che si chiarisce dopo qualche secondo.
Alle tre e mezza… una sorpresa”
Difficile definire sorpresa qualcosa che sai già verificarsi a un orario ben preciso, per opera di persone con le quali sei in confidenza, al punto che ti hanno svelato che ti “sorprenderanno”.
Il non sapere cosa accadrà alle tre e mezza lascia sì spazio a un minimo (sindacale) di mistero, a un’attesa (in tono minore), ma da qui a poter catalogare il tutto come sorpresa ce ne corre.
Definire un Quando (e anche il Chi) depotenzia, inesorabilmente, il Come.
Fossi al posto della ragazza chiamerei le amiche e declinerei l’invito, tanto più che la telefonata intercettata in metropolitana vedeva, come detto, all’altro capo della cornetta (fingiamo per un attimo che lo smartphone possa cornettizarsi) la madre malata (potenzialmente morente?) della giovane fanciulla, che implorava (potenzialmente disperata?), di poter rivedere la figlia, poco prima di svanire (potenzialmente?) nel Nulla: “Mi spiace, ma ho la mamma che sta per dissolversi: lasciarla sola per la vostra sorpresa preannunciata mi sembra eccessivo. Fosse stata una sorpresa con la S maiuscola...”.
Nell’ipotesi che il cuore della giovane donna sia di ghiaccio (le parole pronunciate, il tono utilizzato per dirle, la freddezza dello sguardo, che osservavo mentre ascoltavo mio malgrado parte della conversazione telefonica, rende molto probabile l’opzione) nulla vieterebbe alle amiche di farsi vive per disdire l’incontro delle tre e mezza: “Scusaci, ma tenendo conto delle condizioni di tua mamma e della natura poco sorprendente della nostra sorpresa forse è meglio se rimandissimo a un’altra occasione che, stai sicura, non ti anticiperemo per tempo”.
Se né la figlia né le amiche alzassero lo smartphone (cornettizzato) per chiamarsi e annullare l’incontro, potrebbe essere la madre, in un sussulto di orgoglio ferito e senile, a contattare il sangue del suo sangue per dirle: “Certo che sei proprio una bella stronza. E se questa fosse l’ultima occasione che hai per vedermi? Come puoi preferire la “sorpresa” fra virgolette, perché di questo si tratta, di quel gruppo di sgallettate che frequenti, all’abbraccio con la tua cara mammina? Fosse stata una sorpresa coi fiocchi, una sorpresa come Dio comanda, tipo quelle che si facevano una volta, quando ero giovane, che ne so, come quando dissi a tuo padre: “Erminio, la sai l’ultima? Sono incinta! Diventerai padre!”, ecco, fosse stata una sorpresa del genere, tenuta nascosta fino all’ultimo minuto, tuo padre mica se l’aspettava una mia gravidanza a 45 anni suonati, ancora ancora potrei capirlo, ma una sorpresina alle tre e mezza del pomeriggio, svelata chissà con quanto anticipo, non te la posso proprio far passare!”.
Il susseguirsi di ipotetiche telefonate, fatto di sorprese sbandierate ai quattro venti, usate come giustificativo per evitare incontri famigliari, fonte di risentimenti materni e forse, una volta nebulosizzatasi la madre, di tardivi pentimenti filiali, sarebbe del tutto inutile se avesse prevalso la sincerità.
L’invito dell’anziana signora poteva essere declinato con un semplice: “No mamma, mi spiace, ma non ho intenzione di vederti. Né questo pomeriggio, né mai più!”
Una risposta dura, diretta, dolorosa, una risposta che avrebbe spiazzato la madre (al punto da risultare fatale) e il sottoscritto: scosso dall’insensibilità assoluta mostrata dalla ragazza sulla banchina della metro, alle dieci di un freddo mattino domenicale d’inizio settembre, non avrei avuto la forza di scrivere un post a riguardo.

giovedì 30 agosto 2018

(Ec)citazione #15

Il poeta legge le poesie ai non vedenti.
Non pensava fosse così difficile.
Gli trema la voce.
Gli tremano le mani.
Sente che ogni frase
è qui messa alla prova dell'oscurità.
Dovrà cavarsela da sola,
senza luci e colori.
Un'avventura rischiosa
per le stelle dei suoi versi,
e l'aurora, l'arcobaleno, le nuvole, i neon, la luna,
per il pesce finora così argenteo sotto il pelo dell'acqua,
e per lo sparviero, così alto e silenzioso nel cielo.
Legge - perchè ormai è troppo tardi per non farlo -
del ragazzo con la giubba gialla in un prato verde,
dei tetti rossi, che puoi contare, nella valle,
dei numeri mobili sulle maglie dei giocatori
e della sconosciuta nuda sulla porta schiusa.
Vorrebbe tacere - benché sia impossibile -
di tutti quei santi sulla volta della cattedrale,
di quel gesto d'addio al finestrino del treno,
di quella lente del microscopio e del guizzo di luce dell'anello
e degli schermi e specchi e dell'album dei ritratti.
Ma grande è la cortesia dei non vedenti,
grande la comprensione e generosità.
Ascoltano, sorridono e applaudono.
Uno di loro persino si avvicina
con il libro aperto alla rovescia,
chiedendo un autografo che non vedrà.


(“La cortesia dei non vedenti”, Wislawa Szymborska)

venerdì 24 agosto 2018

Che mattone!


Se avessi intuito quanto fosse pesante e pieno di sè…

È un continuo vantarsi: “Ho costruito la cucina per mia sorella, la macchina per me che va più veloce della Ferrari, la casa per la bambola di Nadia (la cuginetta di tre anni), la stazione dei pompieri tutti equipaggiati per bene per spegnere gli incendi, un’astronave per raggiungere il centro della galassia, un gruppo di dinosauri spaventosi (che neppure il Creatore li avrà fatti così bene), un castello con il ponte levatoio e un intero esercito per difenderlo… e poi questo, e poi quello, e poi questoquello, e poi quelloquesto…”.

Fate attenzione nello scegliere il regalo per un nipotino dal Lego smisurato.

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