sabato 12 settembre 2015

La stanza dei bottoni



È la voce cavernosa di Von Krapfen a ordinarmelo.

“Ora ti siedi lì e inizi a pigiare i bottoni.”

Con “lì” intende la poltrona che sta in mezzo alla stanza.

“Ma non ci sono bottoni?!” obiezione sensata, in un altro contesto però.

“Te li immagini. Funziona lo stesso.”

La poltrona è bianca, tutta la stanza è bianca.
In realtà a coprire la poltrona c’è un lenzuolo, bianco.
Sotto il lenzuolo il colore potrebbe essere differente, ma in fondo chi se ne frega.
A importarmi non è tanto il colore della poltrona, quanto il suo stato di conservazione.
Non per altro, ma la molla che preme sulle chiappe è fastidiosa.
Ho paura che possa spuntare fuori e catapultarmi con violenza contro il soffitto.
Bianco.

Seduto, la molla a marchiarmi il sedere, fisso la parete di fronte.
A me il bianco urta, la poltrona urta, la molla urta, la camicia da notte che indosso urta (e umilia).

Ho gli occhi che bruciano.
Li chiudo.

Immagino un bottone rosa dal diametro di otto centimetri e una mano che lo pigia.

Riapro gli occhi.
Aveva ragione Von Krapfen.
Funziona.

Nastenka è una ragazzona russa, di San Pietroburgo, dalle lunghe trecce bionde che le cadono sul davanti, coprendole i capezzoli.
Sotto le trecce due mammelle gigantesche (una sesta) che ballonzolano mentre lei si avvicina al sottoscritto, sorridente.

“Tu bisogna affetto, io dare a te affetto, calore, tanto calore, fai cheeseee!.” mentre prolunga la ‘e’ finale Nastenka si siede sulle mie ginocchia aprendo le gambe.
Mi prende per la nuca portando la mia piccola testa fra le sue gonfie colline rosa.

Rosa, rosa e ancora rosa: è un dolce universo rosa.
Davanti, a sinistra, a destra (muovo gli occhi sbirciando ai lati) un morbido rosa confortevole.
La mano della ragazza sulla mia nuca, la nuca che si perde nel suo petto.

Piacere effimero, seguito dal dolore.
Il naso schiacciato contro lo sterno di Nastenka.
Asfissia.
Mi manca l’aria.
Non respiro, non riesco a respirare.
Movimento scoordinato delle braccia che arrancano nello spazio.
Tento di divincolarmi.
Nastenka aumenta la pressione sulla nuca.
Un gancio destro a colpirle la milza.
Lei molla la presa.
Stacco la testa e urlo :
”VON KRAPFEN, VON KRAPFEN!”

Una porta (bianca) si apre alla mia destra.

“VON KRAPFEN, LA MANDI VIA, LA RAGAZZA, LA MANDI VIA, PER FAVORE, VIA!”
”Premi il pulsante bianco.” è la sua risposta pacata.

“MA DOV’É? NON LO VEDO! QUI È TUTTO BIANCO, CAZZO!”

“Tu bisogna affetto, io dare a te affetto.” Nastenka vuole di nuovo abbracciarmi.

“STAI LONTANA, BRUTTA VACCA.” il pugno della mano destra alzato in segno di minaccia.

“Passa al nero. Lo visualizzi il nero?” l’alternativa di Von Krapfen.

“SI, SI, IL NERO SI.”

Nastenka svanisce.
Il respiro torna regolare.

“Von Krapfen, non potrei pigiare un bel tasto arcobaleno? Il nero mi deprime.”

“L’arcobaleno no, non è permesso.”

Non ho tempo per ribattere.
Von Krapfen apre la porta, impugnando la maniglia bianca, e mi lascia di nuovo solo.

Rotazione della testa di 120 gradi.
Nell’angolo fra la parete sinistra e quella alle mie spalle vi è un cartello, bianco, con una scritta nera in corsivo e grassetto:
L’arcobaleno nuoce gravemente alla salute.”

Stanco, mi appoggio allo schienale della poltrona.
Una molla in corrispondenza della quinta vertebra dorsale.

Aria fresca.
Ho bisogno di aria fresca.

Pulsante azzurro.

Una finestra nel mezzo della parete (bianca) che ho di fronte.
Fuori un cielo limpido, alberi azzurri mossi da un vento energico.
I vetri, basterebbe un pizzico di concentrazione da parte mia, si dovrebbero aprire, il vento che li fa oscillare potrebbe entrare e con forza cancellare il puzzo di chiuso di questa stanza.
Niente da fare.
Non si schiudono.
Dannatissimi, doppi, tripli, quadrupli vetri.
Cinque, dieci, venti centimetri di spessore vetrato.
Fuori gli alberi piegati da un turbine meraviglioso, dentro il puzzo che si fa insopportabile.

Pulsante nero, l’inutile finestra rimossa, seguito da un pulsante arancione.

Perché l’arancione?
Non saprei.
O forse si, ora che si materializza un gruppo di Hare Krishna che si muove in circolo intorno alla mia poltrona, recitando il solito mantra.

“Hare Hare / Hare Hare / Hare Hare / Hare Krishna / Hare Hare / Hare Hare / Hare Hare / Hare Krishna”.

Dal cerchio si stacca un ragazzo, magro, viso scavato, inespressivi occhi arancio, che protende le braccia verso il sottoscritto e, una volta giunto in prossimità della poltrona, mi prende per le tempie, urlando.

“HARE HARE / HARE HARE / AREARE IL LOCALE / HARE HARE / HARE HARE / AREARE IL LOCALE!”

“Ma come si fa?” gli chiedo implorante.

Non risponde a parole, si limita a ruotarmi la testa verso destra, costringendomi a guardare una grata posizionata in basso nella parete.
Dalla grata esce aria ghiacciata che forma all’istante stalagmiti orizzontali.

Chiudo gli occhi.
Pulsante nero.
Occhi spalancati.

Niente grata, niente stalagmiti, niente Hare Krishna e niente puzzo (svanito, per fortuna).

Von Krapfen è un maledetto bastardo.
Lui coi bottoni si diverte, a torturarmi.
Devo trovarne uno, un pulsante (o per meglio dire un colore) che mi sia di aiuto.
Che mi rilassi.

Il verde.
Verde speranza.
Lo premo.

Un biliardo.
Sul panno verde una stecca si muove lenta, prima in avanti, poi all’indietro, ripete il movimento per tre volte, si ferma un istante fino allo scatto finale per centrare una biglia (bianca) che tocca la sponda lunga, rimbalza su quella corta per colpire infine la biglia avversaria indirizzandola sul castello.

Una garuffa perfetta.
O quasi.

La biglia si ferma nel mezzo del castello sfiorando il birillo centrale, che non cade.
Se ne sta lì, inclinato come la torre di Pisa, deciso a non cascare.

“Vai giù, stronzo, vai giù!” nell’imprecare contro il birillo visualizzo di nuovo il pulsante verde premendolo a più riprese.

All’ennesima pressione ricompare la stecca che nel tentativo di gambizzare il birillo ostinato, l’intervento ricorda la rasoiata di uno stopper sulle gambe di un centravanti, provoca uno strappo profondo nel biliardo.

Dalla lacerazione fuoriesce un liquido denso, tendente al verde scuro, contenente pinoli.
È pus, pus al pesto (non dovevo mangiare i ravioli della mensa, ieri sera).

Il pus è interminabile, litri e litri di liquido purulento che occupano prima il tavolo e una volta riempitolo, superano il bordo cadendo sul pavimento.

“VON KRAPFEN, VON KRAPFEN!” urlo.

“Tu bisogna affetto, io dare a te affetto.” è una Nastenka verde che si presenta al posto del primario.

“VERDE? SEI DIVENTATA VERDE?!”

“Io ragazza padana, io dare a te affetto padano, tu vuole affetto padano?”

“PADANA? MA NON VIENI DA SAN PIETROBURGO?”

“Sì, io ragazza di Sacro Padano Impero. Grande impero che va da fiume Po a fiume Neva. Tu vuole mio affetto padano verde e rosa?”

“Premi tre volte il tasto nero.” Von Krapfen, apparso senza che me ne accorgessi, nel suggerirmi la sequenza giusta mi posa le mani sulle spalle (è dietro di me).

Eseguo l’ordine.
La stanza torna bianca, come all’inizio.
Biliardo, stecca, biglie, birillo e Nastenka : smaterializzati.

Prima di abbandonarmi Von Krapfen commenta :

“Per oggi basta. Riproveremo coi bottoni un’altra volta. Non sei ancora pronto, forse. Ora rilassati sulla poltrona, un po’ di training autogeno, come ti ho insegnato, una bella dormita per recuperare le forze e… mi raccomando… niente più ravioli al pesto della mensa. Sono indigeribili.”

Training autogeno.
Come posso fare del training autogeno, rilassarmi, con le molle di questa poltrona che non danno tregua?

L’unica è farla finita.
Mi alzo, pochi passi per raggiungere la parete di sinistra.
Sarà una fine cruenta.
Una testata dopo l’altra contro il muro, a spaccarmi il cranio, materia cerebrale che schizza fuori da questa testa bacata.

Chiudo gli occhi.
Profonda inspirazione col naso che sfiora la parete inodore.
Inclino all’indietro il collo.
Pochi istanti e poi VIA… un colpo deciso della fronte contro il muro… soffice… morbido… la testa lo penetra dolcemente comprimendolo.
Niente mattoni, solo materassi.
Lungo le quattro pareti della camera.
Materassi su materassi su materassi su materassi.
Fottutissimi, maledetti, deformabili, accoglienti materassi bianchi.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Questa roba (niente male, anzi... fa pensare a Castaneda ( 'a scuola dallo stregone') potrebbe essere stata indotta da:
1) uso di mescalina
2) preanest di intervento chirurgico
3) effetto paradosso di qualche psicofarmaco

Ho ragione?
Lisistrata
p.s. divertente anche l'assonanza "hare" e "areare il locale"

PuroNanoVergine ha detto...

@Lisistrata
La terza che hai detto :-)
Non conosco per nulla Castaneda (rimedierò).
Il racconto credo sia nato proprio partendo da quel Hare Hare.

Sara Scavolini ha detto...

Lo voglio conoscere anche io il tuo spacciatore..
Scherzi a parte complimenti per come sai creare storie incredibili con facilità estrema!

PuroNanoVergine ha detto...

@Sara Scavolini
Grazie Sara!
Purtroppo però vedo che il blog è sempre più solo (le visite calano a vista d'occhio :( ).

Turz ha detto...

Ma no, ero solo andato in vacanza...


LOL per il Sacro Padano Impero :-D

PuroNanoVergine ha detto...

@Turz
Per fortuna almeno tu sei rientrato :-)
Però non basta, servono altri ritorni.

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