Nella compagnia che ogni estate si ritrovava a Borno in Val Camonica, Elena e la sorella minore Claudia era le uniche due ragazze, milanesi. Il resto vedeva il sottoscritto, Marco, Marchino, Ezio e il fratello Andrea, di Firenze, e un’altra coppia di fratelli di Cinisello Balsamo, Claudio ed Enrico. Ogni tanto si aggiungevano altri ragazzi, ma le loro erano presenze estemporanee.
Si susseguivano i giorni spensierati e problematici dell’adolescenza, riempiti con partite di pallone nei prati, camminate verso i rifugi, di musica pop, dei primi baci e qualcos’altro, di brufoli, di compiti scolastici da rinviare fino a settembre, di scala quaranta e Trivial Pursuit, di giornate sempre uguali a sé stesse, gioiose e noiose allo stesso tempo.
La compagnia era unita, ci si ritrovava nel dopo pranzo, fino all’ora di cena, nel giardino al centro del villaggio turistico e poi la sera, fuori dall’unico locale pianobar della zona.
Un’armonia che venne alterata dall’arrivo di Alessandro, un ragazzo alto, biondino, occhi azzurri freddi, di poche, pochissime parole, che esercitava un indubbio potere attrattivo nei confronti di Elena (ricordo il suo volto ovale, la pelle ambrata, le sopracciglia folte, nere) e a ruota di Claudia, sorella minore che seguiva Elena in qualsiasi scelta.
Non lo avevo visto prima, fu Marco a mettermi in guardia sulla “pericolosità” del soggetto (lui lo conosceva da alcuni anni, io ero entrato nella compagnia solo da poche settimane, era la mia prima vacanza in Valcamonica).
Alessandro non amava il gruppo, i tentativi di coinvolgerlo nei nostri giochi fallivano sin dall’approccio iniziale. Usciva poco di casa, nella villetta al centro del villaggio, affittata dai suoi genitori, il padre industriale padovano. Ufficialmente passava gran parte del tempo in casa, da lì a poco iniziava l’anno della maturità, da superare col massimo dei voti, secondo auspici, direttive paterne. I primi giorni Elena (e Claudia a scodinzolarle dietro) passavano dalla villetta di Ale (così lo chiamavano) e lo trascinavano a fatica in mezzo a noi. Dialogo inesistente, le nostre chiacchiere da bar sport, il calciomercato, le Olimpiadi, l’ultimo disco di George Michael, lo lasciavano indifferente. Dalla sua bocca solo un saluto controvoglia: Alessandro non emetteva suoni, nessuna informazione trasmessa, sembrava solo recepire controvoglia le nostre stupidaggini.
Mi chiedevo se l’atteggiamento di Alessandro fosse dovuto a una timidezza eccessiva, ma mi risposi di no, in questo confortato dalle parole di Marco (“è uno stronzo che se la tira”): non era timidezza la sua, ma spocchia, superbia. Le poche volte che ci osservava lo faceva con uno sguardo giudicante: noi non eravamo alla sua altezza, poveri semplici ragazzi “normali”, dove normalità era sinonimo di mediocrità. Non lo sopportavo, al pari di Marco e degli altri compagni che però, a differenza mia, evitavano di commentare i giudizi che davo dell’usurpatore di Elena e Claudia (“ha ragione Marco, è stronzo, se la tira, si crede superiore, ma è solo un presuntuosetto del cazzo”).
Lo osservavo, mentre lui fissava Elena e lei ricambiava con quel suo sguardo luminoso, le mani a ravvivarsi i lunghi capelli castano scuri, il rossetto che per la prima volta le aveva visto incolorire le labbra. Al terzo giorno dal suo arrivo Alessandro sparì dalla circolazione e con lui pure Elena. Solo Claudia, di tanto in tanto, passava a trovarci, ma faceva scena muta quando le chiedevamo della sorella e dell’indesiderata (per noi) presenza al suo fianco. Era come se Claudia avesse perso la parola, non che ne avesse mai avuta molta, data la timidezza (accentuata, credo, da una struttura fisica sgraziata che la faceva sentire inferiore rispetto alle curve proporzionati e invitanti della sorella maggiore).
I giorni volavano, il sole d’agosto abbronzava il nostro volto (dopo un’interminabile sfida pomeridiana di pallone mi ritrovai col collo abbrustolito per il troppo caldo preso), le serate erano all’insegna di birra e cocacola, di canzoni suonate dal vivo al pianobar da una coppia di musicisti locali (un ragazzo alla tastiera, la sua compagna vocalist). Anche Claudia nel frattempo era svanita, risucchiata dall’attrazione di Alessandro (o relegata in casa nell’attesa che Elena riapparisse?).
Una settimana intera al maschile, ogni tanto la sola Moira, una ragazza della zona, ci degnava della sua presenza. Moira, però, non era Elena, le due fra l’altro non si amavano, tanto che la comparsa della bresciana credo fosse imputabile proprio all’assenza della milanese.
Assenza che venne meno l’ottavo giorno. Fu Marco ad anticiparmi il rientro di Elena, i genitori di lui erano amici dei genitori di Alessandro (li vedevo ogni tanto sfidarsi in un doppio sul campo da tennis: la mia attenzione si focalizzava sulle volée del padre di Marco o in alternativa sulla gonnellina svolazzante di sua madre) e gli avevano comunicato il rientro a Padova del maturando imperscrutabile.
Svanito Alessandro, Elena, e la fedele Claudia al suo fianco (anzi, poco dietro la sorella), ricomparvero nel gruppo. Il rientro avvenne non senza qualche imbarazzo, troppo recente e seccante la sensazione di “tradimento” che il resto del gruppo aveva patito per colpa delle due ragazze. Il primo a ricambiare il saluto e intavolare un discorso con loro fu Andrea, che venne meno al patto fra noi stabilito di non rivolgere parola, a Elena in primis. La solare parlantina fiorentina di Andrea violò quel patto. A ruota seguirono il fratello Ezio, Marchino, Marco, Claudio ed Enrico.
Ultimo venne il sottoscritto.
Evitai qualsiasi riferimento all’Alessandro svanito, in questo del tutto allineato a Elena che sembrava essersi lasciata alle spalle l’eclissamento dei giorni precedenti, non mostrando, peraltro, alcun segno di pentimento. Ricominciammo a parlare, ma la complicità dei primi giorni era svanita, non solo per la mia freddezza, ma perché Elena appariva come svuotata dell’energia che l’aveva sempre contraddistinta. Si era tramutata nella versione pallida di sé stessa, non emanava luce, si limitava a una presenza quasi impalpabile, in questo somigliando sempre più alla sorella minore.
L’anno seguente il rapporto si ripropose sulla medesima lunghezza d’onda. Quando Marco mi annunciò che a breve avrebbero fatto la loro ricomparsa Alessandro e i genitori, decisi di anticipare le mosse delle sorelle milanesi e chiesi ai miei, sbigottiti per la richiesta, di anticipare il rientro a Milano. Volevo impegnare tutto me stesso e le mie (scarse) energie nello studio, approssimandosi la quinta liceo e la futura maturità.
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