domenica 13 gennaio 2019

Uno studio scientifico...


… dimostra che 6 mesi di sport ringiovaniscono il cervello di 9 anni.
Ho deciso: da domani mi abbono a DAZN.

venerdì 4 gennaio 2019

La dolcezza di PNV


“Ciao PNV, sei molto dolce PNV, non mi disturbi affatto, anzi...”

Le prime parole della lettera della Donna Della Mia Vita, in particolare quel “sei molto dolce PNV” erano come rintocchi di campana a morto, dove il morto era la speranza che l’amore con l’A maiuscola, e pure con il MORE maiuscolo, insomma un AMORE in Caps Lock, fosse ricambiato.

In una riga si certificava la diretta destinazione in Friend Zone da parte del sottoscritto.

L’entusiasmo per aver ricevuto una Sua risposta, dissolto dopo aver letto il contenuto della lettera (tralascio le righe successive all’incipit che dimenticai poco dopo averle osservate, inebetito, mentre nelle orecchie risuonava un Requiem di Mozart immaginario, a connotare l’atmosfera funebre).

Rimaneva la sola soddisfazione, mai così magra, scheletrica, nel pensarLa in camera Sua, seduta al tavolino, vergare con la mano destra, fatata, una bic nera fra il pollice (opponibile!) e l’indice, delle frasi dove il nano stempiato (e adolescente) era comunque il protagonista dei Suoi pensieri, per quanto un protagonista rifiutato, nonostante (o forse proprio per) il suo essere dolce, dolcissimo, zuccheroso, mieloso, iperglicemico.

La Donna Della Mia Vita frequentava lo stesso Liceo, entrambi il quinto anno, non la medesima classe, il mio sguardo pescelessico incontrava il Suo (di un blu cobalto che avrebbe potuto brevettare) nella mezzora d’intervallo delle lezioni o, talvolta, all’uscita verso le 13 e 30.

Non avevo mai trovato il coraggio di avvicinarLa, Lei sempre circondata da amiche o dall’ennesimo spasimante che, immancabilmente, veniva rimbalzato, io, dal basso del mio metro e diciotto e a disagio per la stempiatura precoce, appoggiato a un muro del corridoio, un panino con la mortadella in mano, nelle orecchie le cuffiette con la Marcia Funebre di Chopin a rallegrarmi la mattinata.

Come contattarLa?
Come esprimere lo smisurato AMORE che mi martellava le tempie?
Come vincere la timidezza (essendo impossibile sconfiggere la cefalitudine)?
ScrivendoLe!
Avevo trovato risposta alle domande angosciose!

La speranza di un sentimento ricambiato era prossima allo zero, nei giorni più cupi (l’Ein deutches Requiem di Brahms a palla nelle cuffie) sprofondava in territorio negativo, ma la certezza che gli occhi blu cobalto della Divina si sarebbero focalizzati sulle frasi che di lì a poco avrei trascritto in bella copia, su carta pregiata comprata per l’occasione, era sufficiente a rallegrarmi, a farmi provare un’euforia fino ad allora sconosciuta, al punto che toglievo la musica funerea dal mangiacassette sostituendola con la compilation di successi di Riccardo Cocciante (livelli superiori di felicità con le sette note mi erano preclusi).

Nella prima dichiarazione che Le scrissi, dopo una stesura che portò via una settimana di prove e controprove e 112 fogli di carta appallotolati nel cestino dei rifiuti, ricordo che Le dedicai un acronimo, utilizzando le lettere che componevano il Suo nome, una frase del tipo:

Se Io La Vedo Immediatamente Arrossisco

(no, non si chiamava Silvia, l’acronimo del post è a puro scopo indicativo, mica posso svelare il nome della Donna Della Mia Vita su un blog che vanta nei giorni migliori dai 3 ai 5 visitatori).

L’acronimo serviva come introduzione per poi proseguire descrivendo l’immensità del bene che provavo per Lei (un bene esprimibile con un’equazione matematica che aveva come risultato Infinito… +1).

Delusione massima nel constatare, dopo alcune settimane, pur sperando in un ritardo imputabile alle Poste Italiane, che la missiva non aveva prodotto una reazione (a scuola capitava sempre di vederLa, ma il coraggio di avvicinarLa era altrettanto costante nella sua latitanza. Provavo a osservarLa, con finta noncuranza, una sbirciatina con l’occhio destro, una col sinistro, una terza con l’occhio centrale, praticavo yoga dalle elementari, ma nessun segnale che la Donna Della Mia Vita avesse capito chi fosse l’adoratore grafomane).

La seconda dichiarazione non conteneva acronimi legati al nome, ma virava su un racconto breve nel quale si descriveva un mirabolante computer di ultimissima generazione, con ben 128 Kb di memoria (la vicenda si svolge in epoca pre-Internet, un periodo situato a metà fra l’alto e il basso medioevo, a spanne siamo nel medio medioevo) in grado di delineare il carattere di una persona osservandone la foto. Nello scritto, la macchina, per la precisione un DSA (Digital Somatic Analyzer, acronimo digitale) riscontrava nel viso della Donna Della Mia Vita chiari segni di un animo gentile, comprensivo, magnanimo, premuroso, con venature malinconiche unite a una saggezza rara in un soggetto così giovane.

Seconda delusione, peggiore della precedente, nel verificare l’assenza di uno straccio di risposta.

Riceveva le mie lettere oppure no?

Con fatica, enorme fatica, dovendo scalare l’Everest della timidezza, in una pausa delle lezioni fra la seconda e la terza ora, corridoio affollato del Liceo (la Madonna dagli Occhi Blu in compagnia di due amiche), fingendo casualità nell’incontro, pronunciando la domanda con un’intonazione che doveva imitare il miglior Gassman, ma udendo una voce nasale e fastidiosa alla Pippo Franco, il tutto mentre camminando mi avvicinavo alla figura celestiale, lo sguardo di cobalto a illuminare la mia precoce stempiatura (per darvi un’idea di quanto fossi preso dalla bellezza paradisiaca di quel viso, notai solo dopo diversi mesi che, al di sotto del viso stesso, stazionavano due poppe voluminose, spannometricamente riassumibili in una quarta coppa C) riuscii a dirLe:

“Ciao Francesca” (il nome è sempre di fantasia) “sono PNV” (salivazione assente) “hai per caso” (sudorazione ascellare a fontanella) “letto il racconto che” (voce e ginocchia tremanti) “ti ho mandato un po’ di tempo fa?” (occhi sbarrati, stile Urlo di Munch).

“Sì, grazie, è molto bello, davvero originale!”

Il tutto detto con estrema semplicità, l’espressione perplessa delle amiche che non potevano comprendere il senso del breve dialogo che avevano udito.

Per un attimo mi sembrò di staccarmi dal suolo, di volteggiare con i piedi a un buon mezzo metro da terra (raggiungendo quindi un’altezza potenziale di un metro e sessantotto, una quota mai provata prima, l’aria scarseggiante di ossigeno) poi, dopo alcuni secondi, tornai ai consueti centodiciotto centimetri avendo realizzato che, per quanto mi avesse ringraziato e avesse mostrato di apprezzare il mio scritto, nelle Sue parole e ancor più nella cortese educazione con la quale le aveva pronunciate non vi era traccia del minimo interesse per lo scrittore in erba (futuro scrivente e nulla più).
La correttezza dell’atterraggio fu confermata dall’ennesima mancata risposta al terzo tentativo sentimental-letterario.

Avevo abbandonato la prosa per passare alla poesia, un tentativo maldestro in endecasillabi sciolti dove mischiavo AMORE e MORTE (avrei cercato la seconda se il primo non fosse stato ricambiato). Per rendere il concetto con maggiore evidenza, spinto dal dubbio che Eleonora (vi state chiedendo se il nome… vale quanto detto per Silvia e Francesca) avesse difficoltà nel comprendere un pensiero espresso a parole (eventualità che in linea di massima scartavo, avendo Lei manifestato apprezzamento per il racconto precedente) alla poesia avevo aggiunto dei cuoricini rosso fuoco al cui interno erano disegnati teschi neri stile memento mori. L’opera (terrificante) era completata da una spruzzatina di profumo Enrico Coveri Pour Nain che avrebbe deliziato l’olfatto, percepito dal Suo nasino all’insù, racchiuso fra i due occhi blu, durante la lettura.

A quindici giorni di distanza dall’invio del testo trovai di nuovo il coraggio di rivolgerLe la parola, medesimo il contesto rispetto al primo breve scambio di battute.

“Silvia/Francesca/Eleonora, se te la senti, non vorrei sembrare fastidioso, disturbarti o angosciarti, potresti rispondere per iscritto alle”

“Non preoccuparti, sto giusto giusto terminando la lettera. Abbi un po’ di pazienza, a breve ti arriverà.”

Per un attimo mi sembrò di staccarmi dal suolo, di volteggiare con i piedi a un buon metro da terra (raggiungendo quindi un’altezza potenziale di due metri e diciotto, roba da centro titolare dei Boston Celtics, franchigia NBA) poi, dopo alcuni secondi, atterrai, bruscamente, al suolo: ok, la Donna Della Mia Vita avrebbe dedicato parte del Suo tempo prezioso, preziosissimo, a scrivere delle righe pensandomi, mentre le vergava con una bic nera stretta fra il pollice (opponibile!) e l’indice della mano destra, ma ero sicuro che avrei gradito il contenuto della risposta?

SollecitarLa nel darmi un riscontro non avrebbe comportato la fine del periodo di corteggiamento, settimane nelle quali l’eccitazione per aver aperto un canale di comunicazione con la Divina si alternava allo scoramento nel constatare che la comunicazione era monodirezionale, una monodirezionalità che aveva però il pregio di mantenermi nel limbo dell’incertezza, l’assenza di una Sua risposta lasciando accesa una piccola fiammella di speranza rispetto a un ipotetico sentimento ricambiabile, per quanto non ancora esplicitato?

La risposta alla domanda, contorta, del paragrafo precedente fu “Sì”.

Come detto a inizio post bastò l’introduzione della lettera dell’Amata per vedersi sbattere in faccia un due di picche epocale, per quanto delicato fosse stato il modo di esibirlo da parte Sua.

Amore e Morte!
Se Amore non era, doveva essere Morte.
Come morire?

Esclusi metodi cruenti (soffrivo di fobia per il sangue, non possedevo armi da fuoco, ero incapace nell’annodare corde da agganciare al lampadario…) pensai di ingurgitare con una prolungata e nauseante sorsata l’intera boccettina di profumo Enrico Coveri Pour Nain, simbolo del mio fallimento, come corteggiatore armato di parole (vuote) e fragranze (inutili) da stilista.

Pensiero di un istante.
Ma quale morte!
Ero un nano, ma con una sua dignità!
Sarei sopravissuto.
Potevo (e dovevo) farmene una ragione!

No, non aveva senso togliersi la vita, per quanto forte e intenso fosse il dolore nel rendermi conto che la Donna Della Mia Vita avrebbe trovato, in un futuro più o meno prossimo, un Uomo Della Sua Vita non coincidente con il Nano Cefalo Adorante.

E, soprattutto, non mi si poteva chiedere di porre fine alla mia avventura in una landa desolata e priva d’amore, esalando un ultimo respiro che sapesse di lavanda, dragoncello e muschio di quercia.

domenica 30 dicembre 2018

Categories


Ti rendi conto degli anni che passano quando osservi le pornostar della tua adolescenza passare dalla categoria Teen a Milf per affacciarsi ora fra le Granny.

giovedì 20 dicembre 2018

MiniTaglia


Esco dal camerino indossando il pullover beige girocollo in cashmere.
Ad attendermi il sorriso della commessa mal abbinato allo sguardo dubbioso che, consapevole o meno, mi dona.

Le sta alla per-fe-zio-ne!”

Una perfezione sillabata per sottolineare un giudizio inappellabile.

Dice?” perplessità del sottoscritto.

Sembra fatto apposta per lei.”

Non saprei, lei di sicuro ha l’occhio clinico, ma, come dire, non mi sento del tutto a mio agio.”

In che senso?” il sorriso sostituito da un’espressione di preoccupata sollecitudine per il cliente dubbioso.

Faccio fatica a camminare.”

Come PuroNanoVergine vanto un’altezza di un metro e diciotto, che supera di poco il metro e venti quando, è il caso odierno, indosso delle scarpine con due / tre centimetri di tacco.
Il maglione beige in cashmere è probabilmente destinato a un uomo sul metro e novanta: per posizionare il girocollo intorno al mio, di collo, mi ritrovo la parte bassa del pullover a metà strada fra le ginocchia e le caviglie. Devo camminare spostando con attenzione prima la gamba destra poi la sinistra, piccoli passettini per evitare di cappottarmi in avanti.

Non le sembra un po’ lungo?”

La commessa socchiude gli occhi per osservarmi con maggiore attenzione.

Sì, ha ragione, forse... forse... non vorrei sembrarle scortese, ma è un maglione per uomini un poco più alti di lei.”

Sono un nano.”

Come?”

Nano. Dalla punta dei piedi alla cima della pelata misuro un metro e diciotto: con i tacchi arrotondo a uno e venti, ma sempre nano rimango.”

Con un’imperturbalità da guinness dei primati, intaccata solo da una lieve increspatura delle labbra, la ragazza mi porge un capo alternativo.

Tenga, è un girocollo sempre in cashmere, nero, per slanciarla, un pullover leggermente più corto del precedente.”

Entro nel camerino, indosso il maglione, esco dal camerino con passo rapido e (più alto il nano, più corto il pullover, non dovrei aver problemi di deambulazione) mi ribalto in un nano… secondo.

Craniata sul pavimento lucido (e scivoloso) del negozio.

Si è fatto male?!” la voce addolorata e pentita della commessa sopra la mia nuca.

No, cioè sì, è solo una craniata, per quanto potevo evitarmela se, mi aiuta a”

“A rialzarsi?”

“A togliermi questo fottuto pullover che mi lega le gambette!”

Torno in verticale (la differenza rispetto al nano disteso è minima) e mi massaggio la fronte inutilmente spaziosa e dolorante.

Glielo chiedo per favore. Non mi blandisca. Conosco i miei limiti. Preferisco un maglioncino della mia misura a un pullover per spilungoni con capocciata assicurata.”

La commessa sembra aver compreso, un cenno della testa, un iniziale sì muto da parte sua, seguito da un invito.

Venga con me.”

Invito accompagnato dalla mano destra della ragazza che allungandosi stringe la mia manina sinistra.
Sarà l’effetto della sua pelle vellutata o l’imbarazzo per un contatto umano femminile sincero (svanita la linea di separazione cliente-venditore) a farmi provare un improvviso sobbolimento interno?

Non saprei (forse è solo l’andropausa).

Insieme, mano nella mano, abbandoniamo alle nostre spalle il reparto uomini, scendiamo di due piani ed entriamo trionfanti, come una mamma con figlioletto al seguito, nel settore riservato all’abbigliamento per bimbi.

;