giovedì 29 gennaio 2026

Alessandro, lo sfascia compagnia

Nella compagnia che ogni estate si ritrovava a Borno in Val Camonica, Elena e la sorella minore Claudia era le uniche due ragazze, milanesi. Il resto vedeva il sottoscritto, Marco, Marchino, Ezio e il fratello Andrea, di Firenze, e un’altra coppia di fratelli di Cinisello Balsamo, Claudio ed Enrico. Ogni tanto si aggiungevano altri ragazzi, ma le loro erano presenze estemporanee.

Si susseguivano i giorni spensierati e problematici dell’adolescenza, riempiti con partite di pallone nei prati, camminate verso i rifugi, di musica pop, dei primi baci e qualcos’altro, di brufoli, di compiti scolastici da rinviare fino a settembre, di scala quaranta e Trivial Pursuit, di giornate sempre uguali a sé stesse, gioiose e noiose allo stesso tempo.

La compagnia era unita, ci si ritrovava nel dopo pranzo, fino all’ora di cena, nel giardino al centro del villaggio turistico e poi la sera, fuori dall’unico locale pianobar della zona.

Un’armonia che venne alterata dall’arrivo di Alessandro, un ragazzo alto, biondino, occhi azzurri freddi, di poche, pochissime parole, che esercitava un indubbio potere attrattivo nei confronti di Elena (ricordo il suo volto ovale, la pelle ambrata, le sopracciglia folte, nere) e a ruota di Claudia, sorella minore che seguiva Elena in qualsiasi scelta.

Non lo avevo visto prima, fu Marco a mettermi in guardia sulla “pericolosità” del soggetto (lui lo conosceva da alcuni anni, io ero entrato nella compagnia solo da poche settimane, era la mia prima vacanza in Valcamonica).

Alessandro non amava il gruppo, i tentativi di coinvolgerlo nei nostri giochi fallivano sin dall’approccio iniziale. Usciva poco di casa, nella villetta al centro del villaggio, affittata dai suoi genitori, il padre industriale padovano. Ufficialmente passava gran parte del tempo in casa, da lì a poco iniziava l’anno della maturità, da superare col massimo dei voti, secondo auspici, direttive paterne. I primi giorni Elena (e Claudia a scodinzolarle dietro) passavano dalla villetta di Ale (così lo chiamavano) e lo trascinavano a fatica in mezzo a noi. Dialogo inesistente, le nostre chiacchiere da bar sport, il calciomercato, le Olimpiadi, l’ultimo disco di George Michael, lo lasciavano indifferente. Dalla sua bocca solo un saluto controvoglia: Alessandro non emetteva suoni, nessuna informazione trasmessa, sembrava solo recepire controvoglia le nostre stupidaggini.

Mi chiedevo se l’atteggiamento di Alessandro fosse dovuto a una timidezza eccessiva, ma mi risposi di no, in questo confortato dalle parole di Marco (“è uno stronzo che se la tira”): non era timidezza la sua, ma spocchia, superbia. Le poche volte che ci osservava lo faceva con uno sguardo giudicante: noi non eravamo alla sua altezza, poveri semplici ragazzi “normali”, dove normalità era sinonimo di mediocrità. Non lo sopportavo, al pari di Marco e degli altri compagni che però, a differenza mia, evitavano di commentare i giudizi che davo dell’usurpatore di Elena e Claudia (“ha ragione Marco, è stronzo, se la tira, si crede superiore, ma è solo un presuntuosetto del cazzo”).

Lo osservavo, mentre lui fissava Elena e lei ricambiava con quel suo sguardo luminoso, le mani a ravvivarsi i lunghi capelli castano scuri, il rossetto che per la prima volta le aveva visto incolorire le labbra. Al terzo giorno dal suo arrivo Alessandro sparì dalla circolazione e con lui pure Elena. Solo Claudia, di tanto in tanto, passava a trovarci, ma faceva scena muta quando le chiedevamo della sorella e dell’indesiderata (per noi) presenza al suo fianco. Era come se Claudia avesse perso la parola, non che ne avesse mai avuta molta, data la timidezza (accentuata, credo, da una struttura fisica sgraziata che la faceva sentire inferiore rispetto alle curve proporzionati e invitanti della sorella maggiore).

I giorni volavano, il sole d’agosto abbronzava il nostro volto (dopo un’interminabile sfida pomeridiana di pallone mi ritrovai col collo abbrustolito per il troppo caldo preso), le serate erano all’insegna di birra e cocacola, di canzoni suonate dal vivo al pianobar da una coppia di musicisti locali (un ragazzo alla tastiera, la sua compagna vocalist). Anche Claudia nel frattempo era svanita, risucchiata dall’attrazione di Alessandro (o relegata in casa nell’attesa che Elena riapparisse?).

Una settimana intera al maschile, ogni tanto la sola Moira, una ragazza della zona, ci degnava della sua presenza. Moira, però, non era Elena, le due fra l’altro non si amavano, tanto che la comparsa della bresciana credo fosse imputabile proprio all’assenza della milanese.

Assenza che venne meno l’ottavo giorno. Fu Marco ad anticiparmi il rientro di Elena, i genitori di lui erano amici dei genitori di Alessandro (li vedevo ogni tanto sfidarsi in un doppio sul campo da tennis: la mia attenzione si focalizzava sulle volée del padre di Marco o in alternativa sulla gonnellina svolazzante di sua madre) e gli avevano comunicato il rientro a Padova del maturando imperscrutabile.

Svanito Alessandro, Elena, e la fedele Claudia al suo fianco (anzi, poco dietro la sorella), ricomparvero nel gruppo. Il rientro avvenne non senza qualche imbarazzo, troppo recente e seccante la sensazione di “tradimento” che il resto del gruppo aveva patito per colpa delle due ragazze. Il primo a ricambiare il saluto e intavolare un discorso con loro fu Andrea, che venne meno al patto fra noi stabilito di non rivolgere parola, a Elena in primis. La solare parlantina fiorentina di Andrea violò quel patto. A ruota seguirono il fratello Ezio, Marchino, Marco, Claudio ed Enrico.

Ultimo venne il sottoscritto.

Evitai qualsiasi riferimento all’Alessandro svanito, in questo del tutto allineato a Elena che sembrava essersi lasciata alle spalle l’eclissamento dei giorni precedenti, non mostrando, peraltro, alcun segno di pentimento. Ricominciammo a parlare, ma la complicità dei primi giorni era svanita, non solo per la mia freddezza, ma perché Elena appariva come svuotata dell’energia che l’aveva sempre contraddistinta. Si era tramutata nella versione pallida di sé stessa, non emanava luce, si limitava a una presenza quasi impalpabile, in questo somigliando sempre più alla sorella minore.

L’anno seguente il rapporto si ripropose sulla medesima lunghezza d’onda. Quando Marco mi annunciò che a breve avrebbero fatto la loro ricomparsa Alessandro e i genitori, decisi di anticipare le mosse delle sorelle milanesi e chiesi ai miei, sbigottiti per la richiesta, di anticipare il rientro a Milano. Volevo impegnare tutto me stesso e le mie (scarse) energie nello studio, approssimandosi la quinta liceo e la futura maturità.

domenica 16 novembre 2025

Elzbieta ed Eliasz

Stacco le mani dal volante, chiudo gli occhi, la musicassetta nell’autoradio mi rimanda la voce di Simon Le Bon, The Reflex il brano, musicassetta comprata a Varsavia poco prima del volo per Atene. Tolgo le mani dal volante della Golf e mi appoggio allo schienale del sedile. Ah, quant’è comoda quest’auto, quanto mi piacerebbe averne una, e non la vecchia Polonez che prima o poi dovremmo cambiare. Non quest’anno: con Elzbieta abbiamo preferito risparmiare per la nostra prima vacanza all’estero, la Grecia è sempre stata nel cuore di mia moglie, dai tempi del classico. Una settimana sull’isola di Alonneso significa rinunciare a qualsiasi velleità di cambio auto.

The Reflex” è terminata, segue “The Wild Boys”, il brano che mi ha fatto conoscere i Duran Duran, riapro gli occhi. Sono passati almeno dieci minuti da quando Elzbieta ed Eliasz si sono inoltrati nel bosco per la pipì di mio figlio. Mi sono pure raccomandato di far presto, siamo in ritardo per la cena nell’albergo, non mi va di presentarmi fuori orario al ristorante, mi immagino gli sguardi di muto rimprovero del personale, che già non ci vede di buon occhio, poveri turisti dell’est. Provo irritazione per il loro ritardo. E poi, che senso ha che Eliasz chieda ancora aiuto a sua madre? Alla sua età, dodicenne, avevo quasi terminato gli studi ed ero pronto al mio primo lavoro come apprendista operaio. L’ho fatto notare a mia moglie: “Elzbieta, sei troppo attaccata a Eliasz, sei morbosa”, suscitandone l’irritazione. Pure Eliasz a volte sembra non voler recidere il cordone ombelicale materno. Sono preoccupato, per la sua crescita, la sua maturazione.

Siamo al finale di “A view to a kill”, uno degli ultimi successi del gruppo di Simon Le Bon, apro la portiera della Golf e mi incammino verso il bosco. Moglie e figlio non tornano, mi dà fastidio quando non ascoltano le mie raccomandazioni. Sudo. La temperatura è torrida, d’altronde è la Grecia, è luglio. Li chiamo. Nulla. Li richiamo. Gocce di sudore dalla fronte scendono lungo il volto. Il colletto della camicia bagnato. “Elzbieta!” “Eliasz”. Non è un bosco fitto, dovrei vederli. Quanta strada possono aver fatto per permettere al bimbo di scaricarsi? Tutta colpa della madre, è lei che a volte si comporta da adolescente irresponsabile, varcata la soglia dei quaranta.

Niente da fare. Il passo affrettato mi riporta alla Golf. Apro la portiera. Accendo l’autor… no, non mi va di ascoltare musica… sento il cuore battere con un ritmo accelerato, lo sento nella gola, la mascella è rigida, sudo, chiudo i finestrini, per fortuna la Golf ha l’aria condizionata. La metto al massimo. Voglio asciugarmi, devo asciugarmi questo maledetto colletto, devo rimanere lucido, giro la chiavetta dell’accensione, un’ora di ricerca vana, sono spariti, impossibile crederlo, non rispondono, “Elzbieta!” “Eliasz”, gli alberi ostili del bosco, quei pini fottuti che mi negano la visione di mia moglie, di mio figlio, il motore si accende, premo sul pedale, svelto, lucido, devo rimanere lucido, no, niente musica, non è tempo di pop music, di Duran Duran, direzione albergo, se mi sbrigo in mezzora ci sono, chiederò al personale di usare il telefono, mi guarderanno strano, lo so, ma serve la Polizia, da solo non li ritrovo, assurdo, è così, mi guarderanno strano, uno stupido turista polacco che perde moglie e figlio, penseranno.

* * *

Il primo che mi viene incontro, ho varcato la porta d’ingresso, è zio Jaroslaw. Non lo vedo da almeno due anni. È invecchiato, più curva la schiena rispetto all’ultima volta che ci siamo visti. Lo sguardo lucido, non dice nulla, si limita a un abbraccio affettuoso, le sue mani ossute sulla mia schiena. Mi fa cenno di dirigermi verso il salotto. Sul divano, zia Izabela, la giovane moglie di Jaroslaw, giovane per modo di dire, dovrebbe essere sulla sessantina, una ventina d’anni a dividerla dal marito. Di Izabela non posso non notare l’intensità dello sguardo, i suoi occhi neri. È lei che per prima apre bocca con un “Ciao Eliasz, come stai?”. “Non male zia” il mio sguardo aggiunge, almeno nelle intenzioni, un “Come vuoi che stia, in questo momento?”. “Hai sempre tua madre, di sicuro lei ti sarà vicino” vi è malizia nelle parole di Izabela, una malizia che volutamente non colgo, ma che viene ribadita dalle parole di Grazyna, mia cugina. Si alza dal divano e mi viene incontro. Mi abbraccia con forza, Grazyna ha un fisico robusto che necessita l’annullamento della distanza fisica con l’interlocutore: non può non toccarti, stringerti. “Per fortuna che ci sei tu, Eliasz, e che tua mamma non rimarrà sola, avrà ancora un uomo al suo fianco”. Le insinuazioni di zia Izabela e di sua figlia mi feriscono, come solo la verità sa fare, ma devo fare buon viso a cattivo gioco. “Cercherò di esserle vicino, compatibilmente con la mia attività”.”Eri all’estero?” mi chiede. “Sì, una trasferta di lavoro in Grecia, Atene. Sono responsabile dell’area commerciale del sud Europa. E il tuo lavoro come va?” “Va…” risponde la cugina “… lo faccio andare, ogni giorno a scuola a insegnare Lettere a ragazzi svogliati, risucchiati dallo smartphone”.

Sullo “smartphone” di Grazyna si apre la porta della camera da letto. A uscire è la magra figura, esile, sempre più esile della vicina di casa di mia madre, sua amica da almeno trent’anni, la signora Tomaziewic. Mi sorride, sono sempre stato il suo pupillo, mentre si avvicina noto i piccoli passi che trascinando un mucchietto d’ossa ricoperto di un completo grigio, dalla gonna, al maglioncino, ai capelli fini. Prende le mie mani nelle sue, e piange. L’abbraccio. Pochi secondi di silenzio e poi sussurro un: “No, Iwona, non fare così”. Lei si stacca dal sottoscritto, mi fissa e risponde con: “Hai ragione, Eliasz. Tuo padre ha finito di soffrire. Quante ne ha passate in tutti questi anni. Saranno almeno trent’anni di continui alti e bassi, la depressione lo veniva a trovare per poi dargli respiro, ma a ogni visita Marek scendeva di un gradino verso l’abisso. Non era più lui negli ultimi mesi”. Mi limito a fissare la donna che è stata la mia vera madre. Lei mi suggerisce con un cenno di andare in camera da letto. Rispondo con un “Sì” del capo. Entro nella stanza, gli sguardi dei presenti alle spalle mi sospingono. La mamma è seduta sul bordo letto. Fissa il marito che attende il funerale, il completo da uomo nero, pantaloni e giacca, un maglioncino blu girocollo senza camicia al di sotto. Mio padre aveva smesso di indossare camice, non le sopportava più, si lamentava che lo facessero sudare, del sudore che scendeva e lo infastidiva, una fissa che la depressione gli aveva “regalato”. I piedi calzano scarpe di pelle marrone. Lo guardo per un istante. Il viso è scavato, oltremodo. I capelli quasi del tutto spariti, un ciuffetto sulla fronte che la mamma ha pettinato con cura. Lei si alza, io le vado incontro. “Era ora” mi sussurra. “Sì, era ora” confermo. Allungo la mano destra per stringere la sua mano sinistra. L’unione delle nostre dita che si intrecciano. Ne percepisco l’amorevole calore. Ci voltiamo simultaneamente verso mio padre, suo marito. Non ho alcun dubbio, non abbiamo alcun dubbio, era ora: doveva togliersi di mezzo.

domenica 19 ottobre 2025

Il sogno con Ornella

Sono nel mezzo del viale privo di luce, i lampioni spenti, nessuna insegna di negozio illuminata, le case con le tapparelle abbassate, una Luna fioca mi salva dall’oscurità totale. Cammino lentamente, lo sguardo che prova a indovinare pericoli sul percorso, mi volto ogni tanto, nessun veicolo all’orizzonte, avanzo nella speranza di raggiunger casa, ma per quanto il viale sia il “mio” viale, non riconosco i palazzi che ai lati ne delimitano la larghezza. Manca poco alla mezzanotte, o almeno credo, ogni tanto una lieve folata di vento sposta foglie secche in prossimità del marciapiede. Dal nulla il canto di un gallo, non ne indovino la provenienza. Mi avvicino alla pensilina ATM, gli occhi si sforzano per indovinare quale linea passi di qua (la 42 confermerebbe la vicinanza con casa). Non distinguo alcun numero. Riprendo il cammino, di nuovo il canto del gallo e una voce maschile che commenta: “Prima che il gallo canti...”, torno sui miei passi, dovrei temere lo sconosciuto, lo intravedo seduto sulla panca della pensilina, ma mi esce solo un “Gesù?”, “No, casomai Pavese” la risposta del tipo che aggiunge “Non sperare nella salvezza”, “Ma solo Gesù pronuncerebbe…?” non concludo la frase, il terzo canto del gallo mi toglie la parola. Guardo il cielo per un attimo, riabbasso lo sguardo. L’uomo è svanito. Dallo zaino estraggo il cellulare, premo il tasto sul lato destro, non si accende. L’antifurto di un’auto alla sinistra mi fa sobbalzare. Perché è scattato? Accelero il passo, non vorrei pensassero sia colpa mia per l’antifurto, ma poi mi chiedo “Chi dovrebbe pensarlo?”. Nessuna tapparella aperta, nessuna luce che filtra dall’interno degli appartamenti. Un salice piangente, dal nulla, nel mezzo della strada, inutile chiedersi come abbia potuto… quando sono in prossimità ne accarezzo le foglie, hanno assunto un colore giallo dorato, vista la stagione. Le sfioro, si produce un suono, come di silofono, melodia dolce e lamentosa. Un usignolo sopra di me grida, il gracchiare di un corvo che lo ha individuato e, penetrando fra i rami del salice, lo cattura, lo stringe nel becco, vola via. “Non sperare nella salvezza”, con la mente sussurro la frase all’usignolo che risponde con un grido straziante. Supero il salice, la notte sarà lunga, lunghissima, forse interminabile, quando in fondo, lato sinistro, bordo del marciapiede, una cabina telefonica, illuminata... affretto il passo, frequenza sostenuta, la cabina non sembra avvicinarsi, maggior intensità nei muscoli, mi sforzo per muovermi verso di lei, pochi metri, non c’è un telefono all’interno, il cuore mi pulsa, ansimo, i mocassini picchiano sul terreno, ne osservo le punte, rialzo lo sguardo e… Ornella, Ornella, la maestra Ornella! Dentro la cabina la vedo, lei ricambia con un sorriso, lo stesso che accoglieva i miei temi d’italiano che lei gradiva, i bei voti ricevuti. “Non sperare nella salvezza” risuona nella mia mente, poi gli occhi, su Ornella, sulla mia maestra, il suo volto sereno… nella salvezza ci spero.

sabato 6 settembre 2025

martedì 24 giugno 2025

La famiglia Montecchi

Esco da Piazza Braida e mi dirigo verso il centro della città, ho un appuntamento alla Fontana della Madonna con Petruccio, mi deve mostrare delle pelli che ha recuperato a Padova, dice che sono di ottima qualità, ideali da esporre e vendere nella mia bottega. Dopo pochi passi vedo avvicinarsi una coppia, lui mi sorride d’un sorriso spontaneo, lei accenna un’increspatura benevola delle labbra.

Che piacere rivederti, messer Morenzio!”

Servo vostro, Romeo. È un onore, madonna Giulietta” accenno un inchino verso la donna che non ha del tutto perso la freschezza della giovinetta che ho sempre ammirato.

Dietro di loro la prole: Venanzio, Petronio, Domitillo.

Crescono i figlioli?”
“Fin troppo, Morenzio, crescono e cresce la loro lingua, sempre pronta a ribattere alle nostre parole”, la risposta di Romeo in contemporanea con una carezza di Giulietta sulla testa piena di capelli ricci di Domitillo, il più piccolo.

Salutate messer Morenzio, su, da bravi!”

Un coro di tre voci ripete all’unisono un “Salve, messere”: la timidezza di Domitillo; il sorriso, eredità paterna, di Petronio; lo sguardo pacato e riflessivo, degno della mamma, di Venanzio.

Lo sapete che se non fosse stato per il qui presente messer Morenzio voi tre non sareste venuti al mondo?” la domanda di Romeo ai figli.

Così ha voluto il destino” interviene Giulietta per la prima volta, nel suo tono un lieve sospiro e una velatura malinconica.

Mia cara Giulietta, un’ombra di delusione ingrigisce il tuo bel volto”

Ma no, Romeo, è solo la stanchezza di una madre che deve badare a tre creature… tutti i giorni… perché questo è riservato alle donne… in vita loro”

Romeo non ribatte, solo il suo sorriso viene meno.

Donna Germana, pettegola come poche, m’aveva fatto intendere che fra i due giovani, che sfidarono l’odio sinanguinato che divideva le rispettive famiglie pur di non deludere l’Amore, le cose non andassero più come nella loro intensa ed emozionante gioventù. Non le avevo dato retta, donna Germana vive solo per malignare il prossimo, in particolare quando è il sublime sentimento a incarnarsi in coppie ebbre delle sue promesse d’eterna felicità. Donna Germana, vecchia zitella che nessun uomo ha mai desiderato.

E invece… potrebbe non essere malignità gratuita, ma dato di realtà, qualcosa che mai avrei immaginato potesse far capolino fra Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, nella loro storia che, se non fosse stato per il mio intervento, si sarebbe conclusa con un finale anticipato e tragico, degno di un’opera teatrale da tramandare ai posteri.

Ricordo, come fosse ieri, e invece ben quindici anni ci separano da quei giorni, il correre affannato di Romeo e di Baldassarre, suo servo fedele, verso la cripta dei Capuleti, il cuore del giovane innamorato straziato dalla perdita della sposa novella, la decisione di togliersi la vita dopo un ultimo saluto a Giulietta: se la vita li aveva divisi, la morte li avrebbe ricomposti come coppia indissolubile.


Frate Lorenzo, amico di lunga data di mio padre, che da sempre aveva mostrato nei miei confronti un affetto tramutatosi nel tempo in stima e fiducia, m’aveva messo al corrente del finto avvelenamento di Giulietta, per via di una pozione medicamentosa da lui escogitata. Avevo trovato ingegnosa la mossa, ma qualcosa lasciava presagire che non tutto potesse andare per il meglio. Frate Lorenzo era, lo scrivo con affetto, un medico pasticcione, spesso impreciso nel dosare le sostanze che davano corpo alle sue medicine (quando consegnò una tintura per la ricrescita dei capelli per sconfiggere la calvizie del mio babbo, papà si ritrovò calvo come prima, ma con dei bubboni di un rosso acceso che spuntarono sul capo e vi dimorarono per diversi giorni, salvo poi afflosciarsi e scomparire. Solo in seguito il Frate ammise un errore nella preparazione della medicina “miracolosa”).

In virtù del dubbio su Lorenzo, saputo dell’arrivo di Romeo rivelatomi dalla balia di Giulietta, mi approssimai vicino la cripta dei Capuleti. Una volta che vidi entrare il solo Romeo, mi precipitai in direzione della cappella (lo sguardo sorpreso di Baldassare nel vedermi). Poco prima dell’ingresso vero e proprio fui testimone del duello fra Paride e il giovane Montecchi. La paura della violenza, del sangue, la viltà che da sempre era ed è tratto distintivo del mio carattere, mi impedirono d’intervenire ed evitare la morte del rivale in amore di Romeo.

Il cuore mi martellava nel petto mentre l’amico d’infanzia entrava nella cripta e si avvicinava ansante al corpo della sua amata, credendola morta. Fu un attimo, compresi che il finto avvelenamento di Lorenzo era forse andato oltre la finzione programmata e che quella fiala che ora compariva nella mano di Romeo era… certo… non poteva che essere… un… un veleno… un vero veleno che gli avrebbe procurato morte certa, se non che… corsi gridando “Romeo, Romeo, fermati!”, il mio richiamo accorato mentre con un balzo che neppure sospettavo di poter compiere, ricadevo sul suo gracile corpo incredulo, provocando la contemporanea nostra caduta e, cosa fondamentale, il frantumarsi della fiala sul terreno.

A volte la vita prende svolte impreviste per questione di attimi. Neppure il tempo di rialzarsi, di ascoltare le imprecazioni di Romeo, la sua ira nei miei confronti per avergli impedito di porre fine all’esistenza, che udii un sussurro provenire dal corpo di Giulietta, un borbottio della bocca, un cenno di movimento delle dita delle mani, il suo volto dal quale lentamente il pallore lasciava spazio a un ritrovato rosa candido.

Inutile che prosegua nella descrizione, il presente dei miei due amici che ora ho davanti a me, accompagnati dal sangue del loro sangue, impersonificato da Venanzio, Petronio e Domitillo, vi può far capire come siano andate le cose.

Mi dovete scusare, Romeo, abbiate comprensione di me, donna Giulietta, un appuntamento in Piazza della Madonna con un mio caro amico, compagno d’affari di nome Petruccio, m’impedisce di intrattenermi con voi. Di sicuro ci rincontreremo. Un saluto Venanzio, Petronio, Domitillo.”

Romeo mi si fa vicino, il suo abbraccio è sintomo di un’amicizia mai venuta meno. Quando l’amico si discosta vedo Giuletta inclinare di poco in basso il viso, timida riverenza. I tre figli seguono l’esempio della mamma. Li lascio alle mie spalle, Petruccio m’attende, affretto il passo per non ritardare. Vinco la tentazione di voltarmi un istante per dare un’ultima occhiata alla famiglia Montecchi. Mi limito in cuor mio ad augurar loro di mantenere acceso il fuoco d’un amore che li ha travolti quando erano giovinetti inconsapevoli: che rimanga sempre tale, che non diventi pallida fiammella destinata a svanire nel prosieugo della loro permanenza su questa magica terra.

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