domenica 2 ottobre 2022

mercoledì 21 settembre 2022

Quando c'era Lui

Al binario 4 della stazione di Domodossola, Ferrovie Nord, il monitor segna un ritardo di 10 minuti del locale delle 17 e 26, Milano – Camnago Lentate.

Lasciate ogni speranza voi che Lentate” avrebbe chiosato il Sommo, i binari a sostituire i gironi danteschi.

Eh sì che il treno ha da percorrere una sola fermata, da Cadorna che è il capolinea, a Domodossola, per poi proseguire con Bovisa, Affori, Bruzzano… fino a destinazione finale.

Passeggio avanti e indietro sulla banchina contando i passi, testa bassa, osservando le punte delle mie scarpe, i piedi che alternativamente poggiano sulle piastrelle beige, la luce al neon in pieno giorno, siamo all’interno di una galleria, l’aria afosa d’inizio agosto che accentua il disagio, la sudorazione che rende appiccicosa la t-shirt al mio corpo, chiazze ascellari di bagnato sulla camicetta rosa di una signora corpulenta poco distante da me.

Una ragazzina chiacchiera ad alta voce con lo smartphone, avvisa casa che no, non arriverà per le 6, è probabile che non prima delle 6 e mezza, 6 e un quarto se tutto andrà bene.

Non andrà bene.

Il ritardo è salito a 14 minuti.

La signora dalla camicetta rosa ha estratto un ventaglio in cotone dai colori arcobaleno e se lo sventola muovendo decisa il polso della mano destra.

Con nonchalance proseguo nella mia rassegnata camminata e mi avvicino al suo sventaglio, una leggerissima brezza mi accarezza la pelata, rallentando la discesa delle gocce di sudore che si erano formate sulla fronte, pronte alla caduta verticale lungo il viso.

Sguardo minaccioso della Pink Lady, come a dire “che fai, scrocchi la mia aria?”

Abbasso gli occhi, colpevole, e mi allontano, sfioro il limite della banchina, protendo il corpo un poco in avanti in direzione Cadorna, nella speranza che all’orizzonte si profili una locomotiva.

Speranza vana.

Dal monitor è scomparsa la segnalazione del ritardo, sostituita dall’enigmatica scritta elettronica “Treno per Camnago – Lentate?”.

In effetti il dubbio viene.

Non solo che il treno per Camnago – Lentate si possa finalmente palesare in lontananza, no, il dubbio è di natura superiore: può Camnago – Lentate aspirare a essere capolinea di una tratta ferroviaria?

Non è che il ritardo, che si ripete costante, giorno dopo giorno, a qualsiasi ora, sia un segnale, un segnale ferroviario, che il treno non ce la può fare, non trova una motivazione che una per spingersi fino a Camnago – Lentate?

Riottoso a sprecare energia elettrica per toccare un paesino di 3 mila abitanti, galline incluse, il treno parte controvoglia da Cadorna, prosegue a passo di lumaca incurante dell’esasperazione di chi lo attende, fermata dopo fermata, quasi a voler dissuadere i potenziali passeggeri dal salirvi.

Dubbi filosofici che vengono interrotti da un: “Quando c’era Lui i treni arrivavano in orario!” esclamazione perentoria a volume sostenuto di un tizio sulla sessantina, un riporto di capelli grigi che gli incornicia il volto, in mano una copia di Libero, impugnata con presa energica, manganellesca.

In orario sì, ma fino a Camnago – Lentate?

Non ho risposta al quesito, non sono uno storico.

E comunque a fine settembre, a dar retta ai sondaggi, dovremmo avere un governo che in quanto a puntualità dei treni non ci deluderà”, mi vien da pensare con un lieve sorriso sulle labbra.

Di nuovo mi protendo dalla banchina e… no… non è possibile… vuoi vedere che finalmente… pur con l’enorme ritardo accumulato (mezzora, sono le 17 e 56!)… una locomotiva appare all’ingresso della stazione… una locomotiva dai colori bianco–verde pisello… che avanza spavalda... non sembra tradire la stanchezza e la malavoglia che le avevo attribuito.

Fra un minuto si fermerà davanti a noi, passeggeri sudaticci e rassegnati, giusto il tempo di percorrere gli ultimi 150 metri del binario 4.

Alzo lo sguardo per controllare il monitor, a cercar conferma che quello è il nostro treno, destinazione Camnago – Lentate, dopo aver toccato Bovisa, Affori, Bruzzano… e vedo invece un… un incomprensibile… ma no, come può essere che… vedo un... “Treno per Littoria, 17:57”.

Il tipo dal riporto volitivo si colpisce la coscia destra con la copia di Libero, le gambe pronte a salire con atletica e patriottica agilità sul vagone di testa.

Io deglutisco a fatica, non tanto per l’inconsueta destinazione, quanto per l’angosciante puntualità. 

sabato 3 settembre 2022

Lo Sganga

All’ingresso del lunapark, seduto sulla staccionata in legno dipinta coi colori della bandiera americana, stava il Giupponi, Amilcare Giupponi detto Lo Sganga, stivali da cowboy, jeans sdruciti e attillati per evidenziare il pacco, canotta bianca smanicata, pelazzi delle ascelle in evidenza, uno stuzzicadente rigirato in bocca, i capelli radi, a 19 anni lo Sganga era già stempiato, raccolti in un improbabile codino.

Ai lati le due girlfriend del momento: Silvia Rossetti, alla sua sinistra, detta la Risucchiatrice, il bacio con rifrullo della Rossetti era un’esperienza immersiva totale, ed Elena Ramelli, alla sua destra, ai più conosciuta come l’Angelo dall’alito di fuoco.

Alla visione del trio, e in particolare dello Sganga, Ivan rallenta il passo, si volta verso di me e sussurra un: “PNV, a me del lunapark non ne ho più voglia”.

Ignorando lo strafalcione grammaticale gli rispondo con sarcasmo: “T’è passata tutta d’un colpo?”

Sì, pensavo che forse se andiamo ai video giochi ci divertivamo di più. Hanno appena messo il Pacman”.

E invece io preferisco la calcinculo. Procediamo!”

Negli occhi di Ivan la rassegnazione, lo sguardo dell’agnello pronto al sacrificio, lo Sganga colonna d’Ercole insuperabile, un ostacolo impossibile da ignorare, che ci avrebbe precluso la gioia del parco giochi, calcinculo in primis.

Toh, guardali qua, i due pischellini della seconda C”

Seconda B” lo correggo.

Ganzo il pischello nano, fa pure il precisino” la risposta dello Sganga seguita da un rutto che a sua volta precede una slinguata profonda con la Risucchiatrice.

Mi giro verso Ivan: è rosso in volto, i capelli sono ritti, le gambe gli tremano.

Ma le ascelle non te le depili mai?” chiedo allo Sganga.

La domanda sembra spiazzarlo.

No, perché, con quei pelazzi fai la figura dello scimmione Kakatù”

PNV”, implora Ivan “ti prego, non voglio morire a 13 anni… non ancora compiuti!”

Lo Sganga non ribatte, per la prima volta ha trovato uno che osa sfidarlo, sia mai, e non solo, quell’uno è un pischello di seconda media, basso un metro e 18, gracile, palliduccio, un nanopischello.

Lo stuzzicadenti gli casca dalla bocca aperta, a donare allo zoticone l’espressione di un orango rincitrullito.

Non sapendo cosa rispondere, il Giupponi (in questo momento non più Sganga ai miei occhi, ma solo sgangherato), scende dallo steccato, si avvicina alzando minaccioso il braccio destro, il pugno pronto a colpirmi ma, lento come un bradipo in catalessi, non si accorge del mio fulmineo anticipo, una capocciata che gli assesto alla zona pisellare, facendolo stramazzare rantolante a terra.

Vieni Ivan, andiamo, ho una gran voglia di calcinculo!”

Il nostro ingresso trionfale nel lunapark, lo sguardo d’ammirazione di Silvia Rossetti ed Elena Ramelli ad accompagnarci.

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