sabato 22 aprile 2017

Le ragazze dell'Est

Puoi pure fingere che il tempo non passi, che la giovinezza sia l’unica stagione della tua vita, puoi fingerlo, ma quando senti bussare alla porta, chiedi “Chi è?”, non ricevi risposta, apri circospetto, ti si presenta una signora vestita con tunica nera, che ti osserva con disprezzo, nonostante le orbite degli occhi siano vuote, e alla tua balbettante domanda:

“Non, non, sa… sa… sarà mica la Mo… Mo…”

ti risponde:

“Ma quale Morte, sono l’Andropausa. Senti nano…”

“Mi di… di… dica signora Andropa… pa… pa… usa”

“… quand’è che ti decidi a trombare?”

quando accade questo, dicevo, ogni finzione svanisce, ti rendi conto che il tempo scorre, eccome se scorre, e che te ne rimane poco, pochissimo, per provare a uscire dalla sempiterna condizione di puronanoverginità.

* * *

Facile a dirsi, è sul farsi che le cose si complicano.
Un metro e diciotto di bassezza, un’iperstempiatura che parte dalla tempia sinistra e si conclude in corrispondenza della destra, uno sguardo con espressività pari a quello di Alvaro Vitali in versione Pierino petomane (gli occhi strabuzzanti nello sforzo espulsione gas intestinale): i presupposti per una reazione di ribrezzo da parte dell’universo femminile ci sono tutti (solo la mamma mi vede bello, “Bello dentro, che è la cosa più importante” la condanna consolante della genitrice che ringrazio per avermi donato, più o meno al 50%, un patrimonio genetico che proprio patrimonio non definirei).

* * *

E così, decennio dopo decennio, due di picche dopo due di picche, la speranza di un accoppiamento, (con donna consenziente, non plastificata, ancora in possesso della facoltà di intendere e copulare) si è via via affievolita, direi quasi del tutto svanita, se non fosse che due mesi fa, nella casella di posta, mi è comparsa un’email di tale Olga Pulianova, bionda 26enne, occhi azzurri, un metro e ottanta, quarta di reggiseno, San Pietroburghese, laureata in ingegneria spaziale.
La Pulianova mi proponeva nientepopodimenoche di sposarla!

* * *

Lì per lì ho pensato a uno scherzo di cattivo gusto, una riedizione de La Bella e la Bestia (lascio a voi l’attribuzione dei ruoli fra il sottoscritto e la procace russa), quando, passati due soli giorni, nella casella di posta, mi è comparsa una seconda email di tale Svetlana Feidisova, mora 25enne, occhi scuri, un metro e settantotto, terza di reggiseno, moscovita, laureata in psichiatria.
La Feidisova mi proponeva nientepopodimenoche di sposarla!

* * *

Per non dire di Lyudmila Mazurkaja, rossa 24enne, occhi verdi, un metro e settantacinque, quinta di reggiseno, residente a Minsk, laureata in architettura.

* * *

Concludendo con Yuliya Palyutvichina, castana 28enne, occhi neri, un metro e ottantadue, seconda di reggiseno, siberiana, laureata in fisica.

* * *

Nelle email delle quattro avvenenti (perché, giuro, avvenenti lo sono per davvero, stando alle foto che hanno allegato) donzelle ex sovietiche, ravviso un entusiasmo esagerato, un entusiasmo che le porta a offrirsi con eccessiva fretta al sottoscritto.
Sono consapevoli della mia mostruosità fisica?
Della mia statura mignon?
Della mia assoluta inabilità sessuale?
Sono consce che potrebbero trascorrere il resto dei loro giorni in compagnia di uno scarto della natura?
Ho il dubbio che la risposta alle quattro domande sia sempre la stessa: NO.

* * *

Per evitare loro un incontro shockante con l’amara realtà ho quindi risposto alle email precisando innanzitutto che non ero il classico moro mediterraneo, fisico palestrato, occhi verdi, sguardo magnetico… insomma fra me e Raoul Bova vi erano, fra le altre cose, circa settanta centimetri di differenza, attestandosi il sottoscritto sul metro e venti (lasciatemi almeno arrotondare).

* * *

Le quattro email di risposta rinfrancano il mio tenero cuoricino, confermando la speranza di un convolamento a giuste nozze.

Per Olga Pulianova: “Nella botte piccola sta la vodka buona”.

Svetlana Feidisova, rilancia con: “Meglio un nano oggi che uno spilungone domani”.

Lyudmila Mazurkaja, in rima: “Uomo nanetto, pieno d’affetto”.

Yuliya Palyutvichina chiude come solo Mindy con Mork: “Nano, nano, la tua mano”.

* * *

Superato l’ostacolo nanezza (un ostacolo non molto alto, a dire il vero) devo sondare il terreno sulla verginità.
Seconda email nella quale sottolineo che mai in vita mia mi sono unito carnalmente con una ragazza e, nonostante questo, o proprio per questo motivo, credo vi siano ottime possibilità, nel ”momento clou”, di non essere all’altezza (in senso metaforico) del caso: che sia eiaculazione precoce, incapacità a “mirare il bersaglio” (anni ed anni di masturbazione incidono sulle diottrie), totale ignoranza sul concetto di preliminari, panico di fronte a una “foresta nera” a me sconosciuta…

* * *

Le quattro email di risposta rinfrancano il mio tenero cuoricino, confermando la speranza di un convolamento a giuste nozze:

Olga Pulianova mi rassicura: “Non preoccuparti, sono una perfetta nave scuola, la tua Corazzata Potemkin personale”.

Svetlana Feidisova risoluta afferma: “Vergine? Ancora per poco”.

Lyudmila Mazurkaja, invece: “Non è mai troppo tardi”.

Yuliya Palyutvichina, metafora per metafora: “La foresta nera ti sarà forse sconosciuta, ma la tundra no, potrai esplorarla nei minimi dettagli”.

* * *

Ho deciso che, sì, questo matrimonio s’ha da fare.
Resta solo da capire con chi.
Mi sembra corretto mettere al corrente ognuna della quattro aspiranti mogli dell’esistenza di tre temibili rivali.
Invio email del caso.

* * *

Le quattro email di risposta mi lasciano un poco perplesso.
Non solo ognuna delle quattro contendenti conosce le avversarie, ma si esprime verso di loro in giudizi poco lusinghieri.

Olga Pulianova considera Svetlana una zoccola, Lyudmila una bagascia, Yuliya una mignotta.

Svetlana giudica Olga un puttanone, Lyudmila una bagascia, Yuliya una mignotta.

Lyudmila sa per certo che Olga è un puttanone, Svetlana una zoccola, Yuliya una mignotta.

Yuliya conferma l’Olga puttanone, la Svetlana zoccola, la Lyudmila bagascia.

* * *

E se fossero delle prostitute?
In effetti questo interessamento inossidabile per il nano italiano (a dispetto della sua ridicola altezza e della sua inesperienza sessuale) un poco sospetto lo è.
E se puntassero a un matrimonio di interesse?
Non tanto il mio cuore, o il mio minuscolo e ragnatelico apparato riproduttivo, quanto il mio portafoglio?
Serve sondare il terreno per la quarta e ultima volta.
L’email chiarisce il mio stato di disoccupato nullatenente con scarse se non nulle possibilità di trovare un lavoro con reddito annesso.

* * *

Tre settimane.
Sono trascorse tre settimane dall’email e, stranamente, non ho ancora ricevuto un segnale.
Strano?
Finora le risposte di Olga, Svetlana, Lyudmila, Yuliya, sono sempre state sollecite.

Non ho fretta.

Può darsi che vi sia stato un disguido nella rete al momento dell’invio dell’email.
Un qualche server che abbia involontariamente interrotto i bit che dal mio notebook erano indirizzati alle quattro staffilococche dell’est.

Non ho fretta.



Attenderò ancora qualche giorno prima di provare un secondo invio e, nano, vergine, ma soprattutto puro (e fiducioso nella purezza altrui) mi appresterò a leggere quattro rinfrancanti repliche che, ne sono sicuro, profumeranno di fiori d’arancio.

martedì 28 marzo 2017

(Ec)citazione #11

Che il curriculum serva poco o nulla non lo dice (malamente) solo il ministro poletti, ma, con ben altre parole, la poetessa Wislava Szymborska.

Scrivere il curriculum

Che cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.
E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo del valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.


sabato 18 marzo 2017

Problema di cuore (o di metafora)

Potrei rovinare il tutto e al suo “Desidera?” chiederle una bella confezione di preservativi extralarge.

Lei strabuzzerebbe gli occhi, quel paio di eterei occhietti azzurri e io le risponderei con un silenzioso “Sì”, muovendo in su e in giù la piccola testa pelata, a conferma della richiesta del supercondom, un “Sì” seguito da:

“Akuel King Size. Sono nano e come ben sa, la regola della L, un metro e diciotto, d’altezza, basta fare due conti (a questo punto estraggo la mia calcolatrice scientifica, pigio un po’ di tasti a caso e) vengono fuori quei 27 centim…”

Potrei rovinare il tutto, ma non lo faccio, ora che l’incontro con la farmacista dei miei sogni è prossimo a realizzarsi, un incontro dove il sesso è bandito, dove a vincere è il romanticismo, i nobili sentimenti, la purezza, l’emozione, la devozione per una creatura dal viso angelico.

È venerdì.

Al quinto tentativo sarà lei, finalmente LEI, a servire il nano cliente che da inizio settimana tenta, invano, di avvicinarla, di conoscerla.
Ogni giorno, puntuale, allo scoccare delle cinque della sera, entro nella Farmacia Pedroni, prendo il numerino di carta che indica quale sarà il mio turno, mi avvicino al banco e osservo i dottori presenti, quali di loro sono occupati, chi al contrario è libero (LEI, fra questi?), quanti clienti mi precedono (fottutissimi rivali che me la potrebbero rubare), estraggo la mia calcolatrice scientifica, pigio un po’ di tasti, non a caso, ma applico la formula in base alla quale se moltiplico X (il numero stampato sul foglietto di carta) per Y (i dottori liberi) e poi divido per Z (i clienti che mi precedono), il tutto elevato al cubo, riportato a un valore più basso grazie al logaritmo in base 2 (i suoi occhi, eterei)… insomma, la faccio breve (tanto la matematica vi annoia, lo so)… premo con l’indice sinistro il pulsante dell’uguale (=) e ottengo il…

Lunedì
di parlare col dottorino, quello nuovo di zecca, i capelli rossicci e le efelidi, che al suo “Desidera?” si sente rispondere “Vorrei quel paio di ciabattine per i piedi piatti. Sa, non è mica bello essere nano e soffrire di piattezza plantare. Se metto a posto l’arco dei piedi, ti divento, minimo minimo, uno e trentaquattro.”
Lui strabuzza gli occhi e mi serve, dubbioso.

Martedì
di parlare con la dottoressa, quella seminuova di zecca, con la capigliatura punk, gli occhiali montatura viola, che al suo “Desidera?” si sente rispondere “Vorrei una bella barretta di carbone attivo. Sa, non è mica bello essere nano e andar matto per i fagioli, il latte, le castagne, l’avena, il lievito, i broccoli, i carciofi e i cavoli. Li frullo ben bene e poi tracanno il tutto in 4 secondi e mezzo. Solo che così finisco col flatulare. Ah, se flatulo, mi creda, flatulo che è un piacere!”
Lei strabuzza gli occhi e mi serve, schifata.

Mercoledì
di parlare col Dottor Pedroni in persona, l’alta e snella figura in cima alla quale svetta una chioma argentea, ben cotonata, onde morbide e regolari a conferirgli un tratto regale, che al suo “Desidera?” si sente rispondere “Vorrei una confezione 36 fialette di Tricoxidil. Sa, non è mica bello essere nano e per di più pelato. Ho deciso di dire basta alla piazza androgenica, alla tabula rasa capellare. Voglio diventare come lei, sfoggiare una maestosa criniera e con questa aprire una farmacia”.
Il Dottore strabuzza gli occhi e mi serve, preoccupato (per la possibile concorrenza?).

Giovedì
di parlare con la balenottera, non so se sia pure dottoressa, non mi interessa saperlo (o mi interessa quanto basta per essere certo che non prenda lucciole per lanterne, distinguendo, ad esempio, una confezione di Viagra da una di Guttalax), la balenottera dal camice bianco (il bianco ad accentuare la natura balenottoidale), che al suo “Desidera?” (pronunciato con voluttà, come se anteposto al “Desidera?” vi fosse un “Mi” sottinteso) si sente rispondere “Vorrei una confezione 48 pasticche di Viagra–No Dead Zone. Sa, non è mica bello essere nano e soffrire d’impotenza. Purtroppo neppure Miss Mondo in persona potrebbe risvegliarmi dalla pace dei sensi. A maggior ragione non vi riuscirebbe una balenottera qualunque.”
Lei strabuzza gli occhi e mi serve (lacrime copiose a rigarle le guance troppo paffute).

È venerdì.

Assente la balenottera (sarò stato troppo cattivo?), assente il Dottor Pedroni (dal parrucchiere per il consueto restyling pre-weekend), il dottorino impegnato con una cliente ultraottantenne (prossima alla morte, visto il monte ricette che gli ha consegnato), la dottoressa punk al telefono con un probabile fornitore, rimane solo LEI, la farmacista dei miei sogni che proprio in questo istante pigia il pulsante rosso, due cifre rosso digitali si illuminano sul display a led, un 92 che guarda caso corrisponde a quanto scritto sul bigliettino verde che ho nella mia mano (tremante per l’emozione).

Mi avvicino al banco e al suo “Desidera?” ho pronta la risposta, tenuta in canna per una settimana.

PNV            Salve, sono qui per problemi di cuore.
Farmacista Che tipo di problemi?

PNV            Beh, problemi, direi, di tipo, del, non saprei, del terzo, terzo tipo, direi. Sì, sì: del terzo tipo.

LEI mi osserva come si potrebbe osservare un nano demente (sapete, non è mica bello essere nano e soffrire di demenza).

Farmacista Non conosco problemi cardiaci del terzo tipo.
PNV            Mah, bah, sah, lah, pah…

Venendo incontro alla mia manifesta incapacità di intendere e volere, con aria compassionevole, la farmacista mi chiede:

Farmacista Non ha per caso una ricetta con sé?
PNV            La ricetta: è vero! La ricetta! Che stupido, me ne ero dimenticato!

Allungo il foglio tenuto in canna per una settimana.
Lei lo prende e inizia a leggerlo.

Io la osservo come si potrebbe osservare una Madonna delle Statine, consapevole che i suoi eterei occhi azzurri si stanno posando sulla seguente frase:

“Il problema di cuore è da intendersi in senso metaforico. Sono innamorato. Pazzo. Di LEI. Quando la vedo sento un tuffo al cuore, questo piccolo cuore solitario e spezzato. Un cuore malato per il quale, mi perdoni l’ennesima metafora, LEI è l’unica medicina possibile.”

Terminata la lettura, la farmacista evita il mio sguardo e con fare risoluto mi risponde con un:

Farmacista Attenda un attimo.

Si volta, dirigendosi verso uno degli scaffali che contengono le medicine.
Apre il terzo cassetto, partendo dall’alto, della prima fila.
In punta di piedi (è una farmacista mignon, il mignon a conferirle quel fascino da Piccolo Cerbiatto degli Eccipienti) scruta all’interno del cassetto e poi, un sorriso sulla boccuccia di rosso rossettata, estrae una confezione bianca, immacolata, se si esclude una striscia gialloblu e due scritte, nera la più grande, al di sotto una azzurrina, che non riesco a decifrare.

Torna al bancone.

Farmacista Ecco, tenga!

Nano preso in contropiede.

PNV             Smetaforil.
Farmacista Smetaforil, esatto.
PNV            Smetaforil? Mi scusi, ma perché dovrei prendere questo…?
Farmacista Ho letto la “ricetta”.
PNV            E cosa ne pensa? Sa, attendo con trepidazione la sua risp…
Farmacista Non è un problema di cuore.
PNV            No?
Farmacista Lei è affetto da ipermetaforia.
PNV            Iper… che?
Farmacista Troppe metafore. Ne ho contate almeno cinque in tre righe.
PNV            È grave?

Farmacista Un po’, ma non si preoccupi. Basta prendere lo Smetaforil, due volte al giorno e guarirà.

PNV            Davvero?
Farmacista In un batter d’occhio.

Sgancio i 9 euro e 55 centesimi per la confezione, non rispondo al saluto del mio amore, ormai svanito, e faccio per uscire dal locale quando, proprio sulla soglia della farmacia, un dubbio si insinua fra i miei neuroni scombussolati.
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Lo Smetaforil va preso prima, durante o dopo i pasti?

Sto per fare retromarcia, tornare da LEI e chiederle, non la mano, ma spiegazioni, quando un’occhiata più attenta alla confezione risolve il piccolo dilemma.

Mi ero fermato alla lettura dello Smetaforil, poco sotto però vi era la scritta azzurrina (come gli eterei occhi della farmacista), una scritta, anzi, una parola semplice semplice, comune, che esce, sussurrata, dalla mia bocca ormai depressa.
“Supposte”.


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