domenica 22 febbraio 2026

Raimundo detto Mumo

È la quinta palla di fila che insacco sotto la traversa, direttamente da calcio d’angolo. Lo stadio di Corso Marsiglia, il campo Juventus, conterrà almeno duemila persone, per assistere a un semplice allenamento! A ogni pallone che finisce nella porta sento un Oooh di stupore seguito da un Bravo! Vai Mumo! Forza Mumo! di approvazione. Mi rivolgo verso i tifosi e con la mano li saluto, sorrido, a volte mi sento come dei brividi nel corpo, è l’eccitazione, sono bravo, sono davvero unico, un futbolista d’eccezione, l’ala sinistra della Juventus pluricampione d’Italia.

Complimenti signor Orsi, i miei complimenti. Che fenomeno!”

Mentre esco dal campo per dirigermi negli spogliatoi, un uomo massiccio, il mento squadrato, un cappotto e un cappello nero Fedora di qualità (mi intendo di moda, mi piacciono i bei vestiti e le belle donne) mi rivolge queste parole.

Grazie” rispondo.

Non capisco come possa dare quell’effetto al pallone? Mai visto un calciatore che riesca a segnare direttamente da calcio d’angolo”.

Come risposta accenno un sorriso, senza parole.

Lei non si ricorderà, ma ci siamo già conosciuti”

Davvero? Al momento non mi viene in mente…”
“Ci mancherebbe pure che si ricordi di me? Qui, a essere famoso, è lei, Raimundo Orsi, detto Mumo”.

Mi sembra di notare un filo d’ironia nell’ultima frase di…

Mi scusi, non mi sono presentato: sono Alfredo Raimondi, diplomatico, presso l’ambasciata italiana a Buenos Aires, assistente dell’Ambasciator Torrielli”

Buenos Aires, Argentina, la “mia” Argentina.

Ricordo una sua partita con l’Albiceleste, contro l’Uruguay, era il 1927, credo. Perdeste per 1 a 0, ma lei giocò una grande partita. Che scatto e che finte, come scartava gli uruguagi”

Beh, il dribbling è sempre stato il mio forte”

Dribbling... dribbling… non mi piace come termine, un inutile inglesismo. Meglio “scartare”, non crede? Sa, la lingua italiana è una lingua così bella, perché sporcarla con la parlata britannica?”

Non comprendo la precisazione.

I toni cordiali di questo “ambasciatore” non coincidono con lo sguardo: è freddo, tagliente, ha un che d’insidioso e definitivo come i miei “dribbling” con gli avversari.

Mi raccomando, Orsi. Non lasciatevi sfuggire il quinto scudetto di fila. Siete più forti della Fiorentina.”

Ci proveremo Dottor Rai…?”
“Raimondi”

Ci proveremo, abbiamo tutto il girone di ritorno a nostra disposizione”

Certo, confido nella forza della squadra, sa, come vecchio cuore bianconero soffrirei per una sconfitta della mia amata Juventus. Perdere poi con i viola…? Ci siamo capiti?”

No, hanno qualcosa che non va?”

L’uomo mi dà sui nervi, fa freddo, siamo a fine gennaio, lui indossa il cappotto, io solo maglietta, calzettoni e pantaloncini. Vorrei rientrare negli spogliatoi

Non va… non va… che a Firenze ci sono ancora molti rossi, ha inteso?”

Annuisco, ma non penso d’aver capito o forse, forse sì, ma a me dei rossi interessa ben poco. Rossi o neri non mi riguardano, ringrazio l’Italia, la Juventus, gli Agnelli, per quello che mi hanno dato, ma non sono italiano, sono argentino, e in Argentina, dalla mamma, a breve ho intenzione di tornare…

Lei forse non può capire, ma se l’Italia è il grande paese che è diventato, negli ultimi dieci anni, lo dobbiamo al nostro Duce e al popolo che da subito lo ha seguito. Non si può tollerare chi rema contro. Mi scusi se forse l’annoio con queste osservazioni, ma sono certo che le comprende, lei che è argentino di nascita, ma ora dà lustro alla nostra Nazionale, da campione del mondo”

Nel parlare inarca leggermente il busto all’indietro, ricorda l’atteggiamento del suo Capo quando parla dal balcone a Roma.

Ora, mi scusi, dottor Raimondi, ma devo tornare negli spogliatoi”.

Mi scusi lei, Orsi. Le ho fatto perdere tempo. Volevo solo esternarle la mia gratitudine e assicurarmi che sosterrà la Juventus e la Nazionale negli anni a venire. L’Italia ha bisogno di gente come lei, ingegnosa, forte, geniale, patriottica, che le dia prestigio in tutto il mondo. Ha sentito le parole del nostro amato Duce? Ci espanderemo, cari Orsi, torneremo a essere un Impero!”

La mano destra si alza in un rigido saluto che ricambio con finta partecipazione. Mi spiace per l’ambasciatore Raimondi, la mamma sta male, devo tornare da lei, al più presto, alla mia terra. Non è un paese in pace, la mia Argentina, ma è il mio paese. Dell’Impero di Mussolini me importa una mierda.

Abbasso il braccio destro, seguito dal Raimondi che stringe le larghe spalle nel cappotto, si volta e si incammina, con passo lento, verso l’ingresso del Campo. Lo vedo allontanarsi, una figura che via via rimpicciolisce e che spero di non rivedere mai più.

giovedì 29 gennaio 2026

Alessandro, lo sfascia compagnia

Nella compagnia che ogni estate si ritrovava a Borno in Val Camonica, Elena e la sorella minore Claudia era le uniche due ragazze, milanesi. Il resto vedeva il sottoscritto, Marco, Marchino, Ezio e il fratello Andrea, di Firenze, e un’altra coppia di fratelli di Cinisello Balsamo, Claudio ed Enrico. Ogni tanto si aggiungevano altri ragazzi, ma le loro erano presenze estemporanee.

Si susseguivano i giorni spensierati e problematici dell’adolescenza, riempiti con partite di pallone nei prati, camminate verso i rifugi, di musica pop, dei primi baci e qualcos’altro, di brufoli, di compiti scolastici da rinviare fino a settembre, di scala quaranta e Trivial Pursuit, di giornate sempre uguali a sé stesse, gioiose e noiose allo stesso tempo.

La compagnia era unita, ci si ritrovava nel dopo pranzo, fino all’ora di cena, nel giardino al centro del villaggio turistico e poi la sera, fuori dall’unico locale pianobar della zona.

Un’armonia che venne alterata dall’arrivo di Alessandro, un ragazzo alto, biondino, occhi azzurri freddi, di poche, pochissime parole, che esercitava un indubbio potere attrattivo nei confronti di Elena (ricordo il suo volto ovale, la pelle ambrata, le sopracciglia folte, nere) e a ruota di Claudia, sorella minore che seguiva Elena in qualsiasi scelta.

Non lo avevo visto prima, fu Marco a mettermi in guardia sulla “pericolosità” del soggetto (lui lo conosceva da alcuni anni, io ero entrato nella compagnia solo da poche settimane, era la mia prima vacanza in Valcamonica).

Alessandro non amava il gruppo, i tentativi di coinvolgerlo nei nostri giochi fallivano sin dall’approccio iniziale. Usciva poco di casa, nella villetta al centro del villaggio, affittata dai suoi genitori, il padre industriale padovano. Ufficialmente passava gran parte del tempo in casa, da lì a poco iniziava l’anno della maturità, da superare col massimo dei voti, secondo auspici, direttive paterne. I primi giorni Elena (e Claudia a scodinzolarle dietro) passavano dalla villetta di Ale (così lo chiamavano) e lo trascinavano a fatica in mezzo a noi. Dialogo inesistente, le nostre chiacchiere da bar sport, il calciomercato, le Olimpiadi, l’ultimo disco di George Michael, lo lasciavano indifferente. Dalla sua bocca solo un saluto controvoglia: Alessandro non emetteva suoni, nessuna informazione trasmessa, sembrava solo recepire controvoglia le nostre stupidaggini.

Mi chiedevo se l’atteggiamento di Alessandro fosse dovuto a una timidezza eccessiva, ma mi risposi di no, in questo confortato dalle parole di Marco (“è uno stronzo che se la tira”): non era timidezza la sua, ma spocchia, superbia. Le poche volte che ci osservava lo faceva con uno sguardo giudicante: noi non eravamo alla sua altezza, poveri semplici ragazzi “normali”, dove normalità era sinonimo di mediocrità. Non lo sopportavo, al pari di Marco e degli altri compagni che però, a differenza mia, evitavano di commentare i giudizi che davo dell’usurpatore di Elena e Claudia (“ha ragione Marco, è stronzo, se la tira, si crede superiore, ma è solo un presuntuosetto del cazzo”).

Lo osservavo, mentre lui fissava Elena e lei ricambiava con quel suo sguardo luminoso, le mani a ravvivarsi i lunghi capelli castano scuri, il rossetto che per la prima volta le aveva visto incolorire le labbra. Al terzo giorno dal suo arrivo Alessandro sparì dalla circolazione e con lui pure Elena. Solo Claudia, di tanto in tanto, passava a trovarci, ma faceva scena muta quando le chiedevamo della sorella e dell’indesiderata (per noi) presenza al suo fianco. Era come se Claudia avesse perso la parola, non che ne avesse mai avuta molta, data la timidezza (accentuata, credo, da una struttura fisica sgraziata che la faceva sentire inferiore rispetto alle curve proporzionati e invitanti della sorella maggiore).

I giorni volavano, il sole d’agosto abbronzava il nostro volto (dopo un’interminabile sfida pomeridiana di pallone mi ritrovai col collo abbrustolito per il troppo caldo preso), le serate erano all’insegna di birra e cocacola, di canzoni suonate dal vivo al pianobar da una coppia di musicisti locali (un ragazzo alla tastiera, la sua compagna vocalist). Anche Claudia nel frattempo era svanita, risucchiata dall’attrazione di Alessandro (o relegata in casa nell’attesa che Elena riapparisse?).

Una settimana intera al maschile, ogni tanto la sola Moira, una ragazza della zona, ci degnava della sua presenza. Moira, però, non era Elena, le due fra l’altro non si amavano, tanto che la comparsa della bresciana credo fosse imputabile proprio all’assenza della milanese.

Assenza che venne meno l’ottavo giorno. Fu Marco ad anticiparmi il rientro di Elena, i genitori di lui erano amici dei genitori di Alessandro (li vedevo ogni tanto sfidarsi in un doppio sul campo da tennis: la mia attenzione si focalizzava sulle volée del padre di Marco o in alternativa sulla gonnellina svolazzante di sua madre) e gli avevano comunicato il rientro a Padova del maturando imperscrutabile.

Svanito Alessandro, Elena, e la fedele Claudia al suo fianco (anzi, poco dietro la sorella), ricomparvero nel gruppo. Il rientro avvenne non senza qualche imbarazzo, troppo recente e seccante la sensazione di “tradimento” che il resto del gruppo aveva patito per colpa delle due ragazze. Il primo a ricambiare il saluto e intavolare un discorso con loro fu Andrea, che venne meno al patto fra noi stabilito di non rivolgere parola, a Elena in primis. La solare parlantina fiorentina di Andrea violò quel patto. A ruota seguirono il fratello Ezio, Marchino, Marco, Claudio ed Enrico.

Ultimo venne il sottoscritto.

Evitai qualsiasi riferimento all’Alessandro svanito, in questo del tutto allineato a Elena che sembrava essersi lasciata alle spalle l’eclissamento dei giorni precedenti, non mostrando, peraltro, alcun segno di pentimento. Ricominciammo a parlare, ma la complicità dei primi giorni era svanita, non solo per la mia freddezza, ma perché Elena appariva come svuotata dell’energia che l’aveva sempre contraddistinta. Si era tramutata nella versione pallida di sé stessa, non emanava luce, si limitava a una presenza quasi impalpabile, in questo somigliando sempre più alla sorella minore.

L’anno seguente il rapporto si ripropose sulla medesima lunghezza d’onda. Quando Marco mi annunciò che a breve avrebbero fatto la loro ricomparsa Alessandro e i genitori, decisi di anticipare le mosse delle sorelle milanesi e chiesi ai miei, sbigottiti per la richiesta, di anticipare il rientro a Milano. Volevo impegnare tutto me stesso e le mie (scarse) energie nello studio, approssimandosi la quinta liceo e la futura maturità.

domenica 16 novembre 2025

Elzbieta ed Eliasz

Stacco le mani dal volante, chiudo gli occhi, la musicassetta nell’autoradio mi rimanda la voce di Simon Le Bon, The Reflex il brano, musicassetta comprata a Varsavia poco prima del volo per Atene. Tolgo le mani dal volante della Golf e mi appoggio allo schienale del sedile. Ah, quant’è comoda quest’auto, quanto mi piacerebbe averne una, e non la vecchia Polonez che prima o poi dovremmo cambiare. Non quest’anno: con Elzbieta abbiamo preferito risparmiare per la nostra prima vacanza all’estero, la Grecia è sempre stata nel cuore di mia moglie, dai tempi del classico. Una settimana sull’isola di Alonneso significa rinunciare a qualsiasi velleità di cambio auto.

The Reflex” è terminata, segue “The Wild Boys”, il brano che mi ha fatto conoscere i Duran Duran, riapro gli occhi. Sono passati almeno dieci minuti da quando Elzbieta ed Eliasz si sono inoltrati nel bosco per la pipì di mio figlio. Mi sono pure raccomandato di far presto, siamo in ritardo per la cena nell’albergo, non mi va di presentarmi fuori orario al ristorante, mi immagino gli sguardi di muto rimprovero del personale, che già non ci vede di buon occhio, poveri turisti dell’est. Provo irritazione per il loro ritardo. E poi, che senso ha che Eliasz chieda ancora aiuto a sua madre? Alla sua età, dodicenne, avevo quasi terminato gli studi ed ero pronto al mio primo lavoro come apprendista operaio. L’ho fatto notare a mia moglie: “Elzbieta, sei troppo attaccata a Eliasz, sei morbosa”, suscitandone l’irritazione. Pure Eliasz a volte sembra non voler recidere il cordone ombelicale materno. Sono preoccupato, per la sua crescita, la sua maturazione.

Siamo al finale di “A view to a kill”, uno degli ultimi successi del gruppo di Simon Le Bon, apro la portiera della Golf e mi incammino verso il bosco. Moglie e figlio non tornano, mi dà fastidio quando non ascoltano le mie raccomandazioni. Sudo. La temperatura è torrida, d’altronde è la Grecia, è luglio. Li chiamo. Nulla. Li richiamo. Gocce di sudore dalla fronte scendono lungo il volto. Il colletto della camicia bagnato. “Elzbieta!” “Eliasz”. Non è un bosco fitto, dovrei vederli. Quanta strada possono aver fatto per permettere al bimbo di scaricarsi? Tutta colpa della madre, è lei che a volte si comporta da adolescente irresponsabile, varcata la soglia dei quaranta.

Niente da fare. Il passo affrettato mi riporta alla Golf. Apro la portiera. Accendo l’autor… no, non mi va di ascoltare musica… sento il cuore battere con un ritmo accelerato, lo sento nella gola, la mascella è rigida, sudo, chiudo i finestrini, per fortuna la Golf ha l’aria condizionata. La metto al massimo. Voglio asciugarmi, devo asciugarmi questo maledetto colletto, devo rimanere lucido, giro la chiavetta dell’accensione, un’ora di ricerca vana, sono spariti, impossibile crederlo, non rispondono, “Elzbieta!” “Eliasz”, gli alberi ostili del bosco, quei pini fottuti che mi negano la visione di mia moglie, di mio figlio, il motore si accende, premo sul pedale, svelto, lucido, devo rimanere lucido, no, niente musica, non è tempo di pop music, di Duran Duran, direzione albergo, se mi sbrigo in mezzora ci sono, chiederò al personale di usare il telefono, mi guarderanno strano, lo so, ma serve la Polizia, da solo non li ritrovo, assurdo, è così, mi guarderanno strano, uno stupido turista polacco che perde moglie e figlio, penseranno.

* * *

Il primo che mi viene incontro, ho varcato la porta d’ingresso, è zio Jaroslaw. Non lo vedo da almeno due anni. È invecchiato, più curva la schiena rispetto all’ultima volta che ci siamo visti. Lo sguardo lucido, non dice nulla, si limita a un abbraccio affettuoso, le sue mani ossute sulla mia schiena. Mi fa cenno di dirigermi verso il salotto. Sul divano, zia Izabela, la giovane moglie di Jaroslaw, giovane per modo di dire, dovrebbe essere sulla sessantina, una ventina d’anni a dividerla dal marito. Di Izabela non posso non notare l’intensità dello sguardo, i suoi occhi neri. È lei che per prima apre bocca con un “Ciao Eliasz, come stai?”. “Non male zia” il mio sguardo aggiunge, almeno nelle intenzioni, un “Come vuoi che stia, in questo momento?”. “Hai sempre tua madre, di sicuro lei ti sarà vicino” vi è malizia nelle parole di Izabela, una malizia che volutamente non colgo, ma che viene ribadita dalle parole di Grazyna, mia cugina. Si alza dal divano e mi viene incontro. Mi abbraccia con forza, Grazyna ha un fisico robusto che necessita l’annullamento della distanza fisica con l’interlocutore: non può non toccarti, stringerti. “Per fortuna che ci sei tu, Eliasz, e che tua mamma non rimarrà sola, avrà ancora un uomo al suo fianco”. Le insinuazioni di zia Izabela e di sua figlia mi feriscono, come solo la verità sa fare, ma devo fare buon viso a cattivo gioco. “Cercherò di esserle vicino, compatibilmente con la mia attività”.”Eri all’estero?” mi chiede. “Sì, una trasferta di lavoro in Grecia, Atene. Sono responsabile dell’area commerciale del sud Europa. E il tuo lavoro come va?” “Va…” risponde la cugina “… lo faccio andare, ogni giorno a scuola a insegnare Lettere a ragazzi svogliati, risucchiati dallo smartphone”.

Sullo “smartphone” di Grazyna si apre la porta della camera da letto. A uscire è la magra figura, esile, sempre più esile della vicina di casa di mia madre, sua amica da almeno trent’anni, la signora Tomaziewic. Mi sorride, sono sempre stato il suo pupillo, mentre si avvicina noto i piccoli passi che trascinando un mucchietto d’ossa ricoperto di un completo grigio, dalla gonna, al maglioncino, ai capelli fini. Prende le mie mani nelle sue, e piange. L’abbraccio. Pochi secondi di silenzio e poi sussurro un: “No, Iwona, non fare così”. Lei si stacca dal sottoscritto, mi fissa e risponde con: “Hai ragione, Eliasz. Tuo padre ha finito di soffrire. Quante ne ha passate in tutti questi anni. Saranno almeno trent’anni di continui alti e bassi, la depressione lo veniva a trovare per poi dargli respiro, ma a ogni visita Marek scendeva di un gradino verso l’abisso. Non era più lui negli ultimi mesi”. Mi limito a fissare la donna che è stata la mia vera madre. Lei mi suggerisce con un cenno di andare in camera da letto. Rispondo con un “Sì” del capo. Entro nella stanza, gli sguardi dei presenti alle spalle mi sospingono. La mamma è seduta sul bordo letto. Fissa il marito che attende il funerale, il completo da uomo nero, pantaloni e giacca, un maglioncino blu girocollo senza camicia al di sotto. Mio padre aveva smesso di indossare camice, non le sopportava più, si lamentava che lo facessero sudare, del sudore che scendeva e lo infastidiva, una fissa che la depressione gli aveva “regalato”. I piedi calzano scarpe di pelle marrone. Lo guardo per un istante. Il viso è scavato, oltremodo. I capelli quasi del tutto spariti, un ciuffetto sulla fronte che la mamma ha pettinato con cura. Lei si alza, io le vado incontro. “Era ora” mi sussurra. “Sì, era ora” confermo. Allungo la mano destra per stringere la sua mano sinistra. L’unione delle nostre dita che si intrecciano. Ne percepisco l’amorevole calore. Ci voltiamo simultaneamente verso mio padre, suo marito. Non ho alcun dubbio, non abbiamo alcun dubbio, era ora: doveva togliersi di mezzo.

domenica 19 ottobre 2025

Il sogno con Ornella

Sono nel mezzo del viale privo di luce, i lampioni spenti, nessuna insegna di negozio illuminata, le case con le tapparelle abbassate, una Luna fioca mi salva dall’oscurità totale. Cammino lentamente, lo sguardo che prova a indovinare pericoli sul percorso, mi volto ogni tanto, nessun veicolo all’orizzonte, avanzo nella speranza di raggiunger casa, ma per quanto il viale sia il “mio” viale, non riconosco i palazzi che ai lati ne delimitano la larghezza. Manca poco alla mezzanotte, o almeno credo, ogni tanto una lieve folata di vento sposta foglie secche in prossimità del marciapiede. Dal nulla il canto di un gallo, non ne indovino la provenienza. Mi avvicino alla pensilina ATM, gli occhi si sforzano per indovinare quale linea passi di qua (la 42 confermerebbe la vicinanza con casa). Non distinguo alcun numero. Riprendo il cammino, di nuovo il canto del gallo e una voce maschile che commenta: “Prima che il gallo canti...”, torno sui miei passi, dovrei temere lo sconosciuto, lo intravedo seduto sulla panca della pensilina, ma mi esce solo un “Gesù?”, “No, casomai Pavese” la risposta del tipo che aggiunge “Non sperare nella salvezza”, “Ma solo Gesù pronuncerebbe…?” non concludo la frase, il terzo canto del gallo mi toglie la parola. Guardo il cielo per un attimo, riabbasso lo sguardo. L’uomo è svanito. Dallo zaino estraggo il cellulare, premo il tasto sul lato destro, non si accende. L’antifurto di un’auto alla sinistra mi fa sobbalzare. Perché è scattato? Accelero il passo, non vorrei pensassero sia colpa mia per l’antifurto, ma poi mi chiedo “Chi dovrebbe pensarlo?”. Nessuna tapparella aperta, nessuna luce che filtra dall’interno degli appartamenti. Un salice piangente, dal nulla, nel mezzo della strada, inutile chiedersi come abbia potuto… quando sono in prossimità ne accarezzo le foglie, hanno assunto un colore giallo dorato, vista la stagione. Le sfioro, si produce un suono, come di silofono, melodia dolce e lamentosa. Un usignolo sopra di me grida, il gracchiare di un corvo che lo ha individuato e, penetrando fra i rami del salice, lo cattura, lo stringe nel becco, vola via. “Non sperare nella salvezza”, con la mente sussurro la frase all’usignolo che risponde con un grido straziante. Supero il salice, la notte sarà lunga, lunghissima, forse interminabile, quando in fondo, lato sinistro, bordo del marciapiede, una cabina telefonica, illuminata... affretto il passo, frequenza sostenuta, la cabina non sembra avvicinarsi, maggior intensità nei muscoli, mi sforzo per muovermi verso di lei, pochi metri, non c’è un telefono all’interno, il cuore mi pulsa, ansimo, i mocassini picchiano sul terreno, ne osservo le punte, rialzo lo sguardo e… Ornella, Ornella, la maestra Ornella! Dentro la cabina la vedo, lei ricambia con un sorriso, lo stesso che accoglieva i miei temi d’italiano che lei gradiva, i bei voti ricevuti. “Non sperare nella salvezza” risuona nella mia mente, poi gli occhi, su Ornella, sulla mia maestra, il suo volto sereno… nella salvezza ci spero.

sabato 6 settembre 2025

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