È la quinta palla di fila che insacco sotto la traversa, direttamente da calcio d’angolo. Lo stadio di Corso Marsiglia, il campo Juventus, conterrà almeno duemila persone, per assistere a un semplice allenamento! A ogni pallone che finisce nella porta sento un Oooh di stupore seguito da un Bravo! Vai Mumo! Forza Mumo! di approvazione. Mi rivolgo verso i tifosi e con la mano li saluto, sorrido, a volte mi sento come dei brividi nel corpo, è l’eccitazione, sono bravo, sono davvero unico, un futbolista d’eccezione, l’ala sinistra della Juventus pluricampione d’Italia.
“Complimenti
signor Orsi, i miei complimenti. Che fenomeno!”
Mentre esco dal campo per dirigermi negli spogliatoi, un uomo massiccio, il mento squadrato, un cappotto e un cappello nero Fedora di qualità (mi intendo di moda, mi piacciono i bei vestiti e le belle donne) mi rivolge queste parole.
“Grazie” rispondo.
“Non capisco come possa dare quell’effetto al pallone? Mai visto un calciatore che riesca a segnare direttamente da calcio d’angolo”.
Come risposta accenno un sorriso, senza parole.
“Lei non si ricorderà, ma ci siamo già conosciuti”
Mi sembra di notare un filo d’ironia nell’ultima frase di…
“Mi scusi, non mi sono presentato: sono Alfredo Raimondi, diplomatico, presso l’ambasciata italiana a Buenos Aires, assistente dell’Ambasciator Torrielli”
Buenos Aires, Argentina, la “mia” Argentina.
“Ricordo una sua partita con l’Albiceleste, contro l’Uruguay, era il 1927, credo. Perdeste per 1 a 0, ma lei giocò una grande partita. Che scatto e che finte, come scartava gli uruguagi”
“Beh, il dribbling è sempre stato il mio forte”
“Dribbling... dribbling… non mi piace come termine, un inutile inglesismo. Meglio “scartare”, non crede? Sa, la lingua italiana è una lingua così bella, perché sporcarla con la parlata britannica?”
Non comprendo la precisazione.
I toni cordiali di questo “ambasciatore” non coincidono con lo sguardo: è freddo, tagliente, ha un che d’insidioso e definitivo come i miei “dribbling” con gli avversari.
“Mi raccomando, Orsi. Non lasciatevi sfuggire il quinto scudetto di fila. Siete più forti della Fiorentina.”
“Ci proveremo, abbiamo tutto il girone di ritorno a nostra disposizione”
“Certo, confido nella forza della squadra, sa, come vecchio cuore bianconero soffrirei per una sconfitta della mia amata Juventus. Perdere poi con i viola…? Ci siamo capiti?”
“No, hanno qualcosa che non va?”
L’uomo mi dà sui nervi, fa freddo, siamo a fine gennaio, lui indossa il cappotto, io solo maglietta, calzettoni e pantaloncini. Vorrei rientrare negli spogliatoi
“Non va… non va… che a Firenze ci sono ancora molti rossi, ha inteso?”
Annuisco, ma non penso d’aver capito o forse, forse sì, ma a me dei rossi interessa ben poco. Rossi o neri non mi riguardano, ringrazio l’Italia, la Juventus, gli Agnelli, per quello che mi hanno dato, ma non sono italiano, sono argentino, e in Argentina, dalla mamma, a breve ho intenzione di tornare…
“Lei forse non può capire, ma se l’Italia è il grande paese che è diventato, negli ultimi dieci anni, lo dobbiamo al nostro Duce e al popolo che da subito lo ha seguito. Non si può tollerare chi rema contro. Mi scusi se forse l’annoio con queste osservazioni, ma sono certo che le comprende, lei che è argentino di nascita, ma ora dà lustro alla nostra Nazionale, da campione del mondo”
Nel parlare inarca leggermente il busto all’indietro, ricorda l’atteggiamento del suo Capo quando parla dal balcone a Roma.
“Ora, mi scusi, dottor Raimondi, ma devo tornare negli spogliatoi”.
“Mi scusi lei, Orsi. Le ho fatto perdere tempo. Volevo solo esternarle la mia gratitudine e assicurarmi che sosterrà la Juventus e la Nazionale negli anni a venire. L’Italia ha bisogno di gente come lei, ingegnosa, forte, geniale, patriottica, che le dia prestigio in tutto il mondo. Ha sentito le parole del nostro amato Duce? Ci espanderemo, cari Orsi, torneremo a essere un Impero!”
La mano destra si alza in un rigido saluto che ricambio con finta partecipazione. Mi spiace per l’ambasciatore Raimondi, la mamma sta male, devo tornare da lei, al più presto, alla mia terra. Non è un paese in pace, la mia Argentina, ma è il mio paese. Dell’Impero di Mussolini me importa una mierda.
Abbasso il braccio destro, seguito dal Raimondi che stringe le larghe spalle nel cappotto, si volta e si incammina, con passo lento, verso l’ingresso del Campo. Lo vedo allontanarsi, una figura che via via rimpicciolisce e che spero di non rivedere mai più.
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