domenica 22 marzo 2026

Mister Mazzini

I circa duecento tifosi della Lombardina fanno un casino che neppure al Maracanà di Rio de Janeiro. L'arbitro ha fischiato un rigore per noi, rigore ineccepibile, lo stopper della Lombardina ha falciato Mariani, il nostro centravanti.

Novantaduesimo.

Siamo sull'uno pari.

Trasformare il rigore, passare in vantaggio, vincere il match, evitare la retrocessione. Un buuuu dagli spalti, seguito da una serie di parolacce e bestemmioni indirizzate verso l'arbitro e il sottoscritto. Prendo la palla, sono il numero 10, il regista, il calciatore più talentuoso della squadra e, su tutto, sono il rigorista. In questo campionato ne ho messi a segno sette su sette. Tocca a me l'onere e forse l'onore, dipende dall'esito: se segnerò, la gloria, se sbaglierò, l'onta.

Posiziono il pallone sul dischetto. Mi volto per un attimo verso la panchina. Mister Mazzini ha le mani dentro il giubbotto. Ci scambiamo uno sguardo. È la sua ultima partita, il mese scorso ha annunciato il ritiro definitivo dal calcio, l’anno prossimo ne compie settantadue, non se la sente di proseguire, troppa fatica, lo stress che ti logora.

Dalle gradinate m’investe un coro di "stronzo, cornuto, figlio di... buuuu", un battere ritmico di piedi per disturbarmi. Di fronte al sottoscritto i sette metri e trentadue di larghezza, per due metri e quarantaquattro d'altezza, della porta. In mezzo il portiere della Lombardina: alto, grosso, due spalle come un armadio, le gambe leggermente piegate, la maglia verde a righe verticali nere. La tensione, come spesso mi accade, irrigidisce i muscoli del collo.

Ripenso al mio esordio, quindici anni fa. Ero un pischellino ancora minorenne, il Mister, un Moloch che incuteva timore. Mi ha cresciuto come se fossi il terzo dei suoi figli. Ricordo gli scappellotti che mi dava bonariamente sul coppino quando non seguivo i suoi dettami. Ero il “Pulcino bagnato” della squadra, un giocatore con buona tecnica, ma esile nel fisico e soprattutto troppo timido a livello caratteriale.

Abbasso un attimo il capo e accenno una rotazione per sciogliere la cervicale. Guardo l’armadio che occupa la porta avversaria, lui ricambia con aria di sfida, alle mie spalle sento la presenza del Mister, quindici anni con lui alla guida mi hanno maturato, come uomo prima ancora che come regista, il numero dieci dai piedi di velluto.

fisso il petto, le righe verticali nere, il buuuu dei tifosi avversari, il battere dei piedi sugli spalti, il petto del portiere, le righe verticali nere su sfondo verde, il buuuu, il tam tam dei piedi, lo sguardo s'abbassa, la palla rotonda, sul dischetto, il buuuu dei tifosi, il tam tam, il tam tam buuuu tam tam verde la maglia buuuu tam tam nere le righe…

Da Pulcino a Gallo, scappellotto dopo scappellotto il fisico si è irrobustito, la timidezza ridimensionata, ho prima guadagnato la titolarità nell’undici e poi ne sono divenuto direttore d’orchestra. “Gallo Lovati” mi ha ribattezzato il Mister. I coppini hanno lasciato il posto alle pacche sulle spalle, che fossero di consolazione per qualche prestazione non all’altezza o di ringraziamento per gol e assist che contribuivano alle vittorie della squadra.

la palla, il dischetto, il tam tam tam taaammmm, ronzio nelle orecchie, la nebbia avvolge il portiere, il buio sopra di me, il sole svanito, un nero opprimente sulla mia testa, nero e nebbia e tam tam buuuu buuuu tam stronzo tam buuuu buuuu cornuto tam buuuu…

Devo bucare la rete, per il Mister, per i compagni, per me. Devo bucare la rete, mi ripeto, devo bucare la rete, devo bucare la rete, per il Mister, per il Mister, per i compagni, devo bucare la rete, devo bucare la rete, per il Mister, la sua ultima partita, per il Mister, devo bucare la rete.

i piedi gli spalti quel rumore nelle orecchie, ronzio, il fischio dell'arbitro, prendo la rincorsa, il buuuu trattiene la palla sul dischetto del tam tam tamtambuuuu, le righe verticali il portiere, la porta senza pali senza traversa, la nebbia a forma di portiere, una nebbia con due spalle come un armadio, il nero s'abbassa, mi preme il capo, mi schiaccia le spalle, un tam tam…

Il mantra mi rimbalza nella testa, devo bucare la rete, un rigore per evitare la retrocessione, devo bucare la rete, la tensione s’irradia, dal collo alle spalle, un rigore per il Moloch che fra pochi minuti rientrerà nello spogliatoio, devo bucare la rete, muscoli legnosi, aprirà l’armadietto per svuotarlo delle poche cose rimaste, borbotterà come suo solito, per poi attendere l’ingresso dei suoi ragazzi, devo bucare la rete, una fitta alla cervicale, fissandoci uno per uno negli occhi, sguardo di paterna comprensione che smentisce la finta severità della mimica facciale, devo bucare la rete.

un tam tam che fa rimbalzare lo stadio, che mi alza da terra, la mia gamba destra calcia nel vuoto, mi elevo sul campo, trapasso il nero, del cielo, di colpo la luce, il sole riappare, il tam tam zittisce, il buuuu m'abbandona, sorrido trionfante, ricado sul campo, la palla s'insacca, il portiere sdraiato, l'ho fatto stecchito, sono stravolto, travolto, dai miei compagni, non sbaglio il rigore, otto su otto, siamo in vantaggio, il match conquistato, la retrocessione, tragedia evitata.

Vengo sommerso dai compagni, cado a terra, la massa dei loro corpi mi toglie il fiato, mi sbraccio per liberarmene, rivedo la luce del sole, la folla zittita, i buuu evaporati, di nuovo in piedi, mi sistemo la casacca, mi sento flessibile, la tensione ha abdicato, ritrovata elasticità muscolare, il resto della squadra si dirige nella nostra metà campo, con gli occhi osservo la panchina, le mani del Mister nel giubbotto, ci scambiamo un’occhiata, gli occhi di un padre, per un attimo Pulcino, torno il Pulcino bagnato, sento sul coppino il suo scappellotto, brivido d’orgoglio per il rigore trasformato, uno scappellotto immaginario, riguadagno il centro del campo, il Moloch e l’imminente ritiro, la sua ultima fatica, le spalle incurvate, abbassa lo sguardo, io faccio altrettanto e intimamente lo abbraccio.

Nessun commento:

;