"Tel chi el Pancia!"
La
voce baritonale d'Egidio sovrasta persino il trambusto del Bar della
Cooperativa in un dopocena primaverile, un martedì sera d'inizio
aprile del
‘34.
Egidio
avanza inarcando leggermente il petto all'indietro, una postura che
ricorda quella del suo Capo: ridicolo lui e ridicolo il Duce.
La
camicia nera è di una taglia inferiore alle misure d'Egidio, la
stoffa fatica a
contenere
i muscoli dell'uomo, il tessuto sembra estendersi al limite della
propria resistenza per limitare l'esuberanza virile del Presidente
del Gruppo Rionale Fascista.
"Ue'
Egidio, ti vedo in forma, che fisico da maschio italico" mi
piace stuzzicare la sua patetica boria.
"Mica
come il tuo, Aldo: el sciur
dutur
ti ha detto quando partorirai?"
Risate
di alcuni uomini che condividono col sottoscritto il bancone del
bar.
Gli
sguardi dei presenti si soffermano sulla mia pancia: in effetti negli
ultimi mesi si
è
ulteriormente ingrossata, eppure
non
mangio così tanto, con quel poco che a casa si riesce a portare in
tavola. Prendo in mano il bicchiere di Barbera, lo avvicino
alla bocca per un sorseggio lento, il sapore del rosso che bagna il
palato e scende in gola, e poi rispondo.
"Sono
di sette mesi, Egidio: el sciur
dutur
el dis che la
va
ben,
gravidanza ottima, è un maschietto, un futuro figlio della Lupa"
"E
bravo il nostro Aldo: servono forze fresche, nuovi
Balilla, che combatteranno per il Duce, ora che l'Italia avrà il suo
impero"
"Dici,
Egidio?"
"Certo,
vedrai se in Etiopia non ci andiamo"
Mi
auguro sinceramente che l'Italia non entri in guerra, ma non posso
dichiararlo ad alta voce in un bar così affollato. No, dell'Egidio
non mi preoccupo, è uno sbruffone, un fascio della prima ora, ma in
fondo è un bonaccione. Lo conosco da quando frequentavamo tutte e
due le elementari di via
Giacomo
Leopardi.
Siamo cresciuti insieme, quante partite a pallone al
Parco.
Lui attaccante che si faceva rispettare, io terzino arcigno. Quando
Egidio alzava il gomito, per tenermi a distanza, io ricambiavo con un
bel pestone sulle caviglie.
Un
duello che anticipava le sfide fra Meazza e Caligaris.
"Pancia,
hai letto la Gazzetta?"
"No,
Egidio. Se
la dis la
Rosea?"
"La
dis
che l'Ambrosiana
l'ha g'avüü un bel cu'"
"Davvero?"
"Certo,
se l'Orsi non mi sbagliava il rigore nella ripresa finiva 1 a 0 per
noi, caro il mio Aldo"
Egidio
non è una spia, di sicuro non tradirebbe un amico che conosce da
sempre.
Ci
sono altri soggetti nel Bar che parlano poco e ascoltano molto. Per
esempio, quel tipo che gioca a biliardo, magrolino, coi baffetti neri
e i capelli impomatati.
E'
comparso il mese scorso, non mi sembra uno del
quartiere,
faccia mai vista prima.
Entra,
prende un bianchino, si accende una Nazionale e va dritto al tavolo
da biliardo.
E'
bravo con la stecca. Bravo, ma taciturno e poi, quando qualcuno
s'azzarda a parlare di politica, i pochi che in Cooperativa hanno
ancora il coraggio di farlo, lo vedi che smette di giocare, prende la
stecca, col gessetto si attarda a fare la punta e intanto raddrizza
le orecchie. Si chiama Alfredo, lavora all'Azienda Tranviaria, così
dice, fa il bigliettaio.
"Quell'Orsi
lì fa tanto il fenomeno, dicono che in allenamento segna persino
da
calcio d'angolo, e poi ti va a sbagliare un rigore"
"C'ha
l'estro del sudamericano,
Aldo. Del
gaucho argentino. Comunque
anche se è finita pari pure quest'anno lo scudetto finisce
sotto la Mole"
Purtroppo
la previsione di Egidio temo si avvererà: il quinto scudetto di fila
per la sua Juventus.
Fascista
e pure Gobbo, il caro Egidio.
Sono
tempi di vacche magre per la mia Inter, nonostante quel fenomeno di
Meazza in attacco. Tempi grami per l'Internazionale, perché
a me non viene di chiamarla Ambrosiana come vuole
il Duce,
e per l'Italia. Con una moglie e tre figli da tirare su e con i venti
di guerra che senti soffiare
sul viso, adesso il Mascellone s'è pure mezzo in testa di rinverdire
i fasti dell'Impero Romano, non so che fine faremo. In Cooperativa ci
si dà una mano, a Natale si è fatta una colletta per le famiglie di
disoccupati, oltre alla Cena di Capodanno offerta a chi non poteva
proprio pagarsela, ma sono iniziative che non possono risolvere delle
situazioni drammatiche. Non so per quanto durerà questo schifo, a
guardarsi intorno sembrano tutti contenti del Mascellone, ma a me
questa storia non convince del tutto. Se osservo meglio le
espressioni del volto, se faccio attenzione a certe frasi smozzicate,
si percepisce la paura, la rassegnazione, una rabbia che rimane
sottotraccia.
Un'ultimo
sorso di Barbera.
Mi
alzo dalla sedia vicino al bancone.
Incrocio
Egidio, una pacca sulla spalla che gli affibbio come segno
d'amicizia, lo
guardo negli occhi a mo’ di sfida, il suo sorriso di
ritorno è
di spavalda
bonarietà. Mi dirigo
verso l'ingresso del locale.
Apro
la porta, un vento insolitamente freddo per essere ad aprile mi
stuzzica con un
brivido inatteso. Percorro via Pasubio,
un centinaio di metri prima di arrivare all'incrocio di via
Giustiniano,
la piazzetta che anticipa l'ingresso in via Caligaris.
Sono
le 9 e mezza.
Tempo
d'arrivare a casa, di darsi una rinfrescata al viso, di mettermi il
pigiama per andare a letto. L'Amalia rimarrà ancora un'oretta
alzata, ha sempre qualche faccenda da terminare, dopo aver messo a
nanna i nostri figli. Io mi stenderò sul letto, per fortuna i
materassi di lana che m'ha fatto mio fratello Giacomo sono morbidi e
accoglienti, prenderò sonno in un battibaleno.
Domani
mattina sveglia alle 5 e mezza.
La
fabbrica m'aspetta.
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