venerdì 30 ottobre 2026

Il Pancia

"Tel chi el Pancia!"

La voce baritonale d'Egidio sovrasta persino il trambusto del Bar della Cooperativa in un dopocena primaverile, un martedì sera d'inizio aprile del ‘34.
Egidio avanza inarcando leggermente il petto all'indietro, una postura che ricorda quella del suo Capo: ridicolo lui e ridicolo il Duce.
La camicia nera è di una taglia inferiore alle misure d'Egidio, la stoffa fatica a contenere i muscoli dell'uomo, il tessuto sembra estendersi al limite della propria resistenza per limitare l'esuberanza virile del Presidente del Gruppo Rionale Fascista.

"Ue' Egidio, ti vedo in forma, che fisico da maschio italico" mi piace stuzzicare la sua patetica boria.
"Mica come il tuo, Aldo: el sciur dutur ti ha detto quando partorirai?"

Risate di alcuni uomini che condividono col sottoscritto il bancone del bar.
Gli sguardi dei presenti si soffermano sulla mia pancia: in effetti negli ultimi mesi si è ulteriormente ingrossata, eppure non mangio così tanto, con quel poco che a casa si riesce a portare in tavola. Prendo in mano il bicchiere di Barbera, lo avvicino alla bocca per un sorseggio lento, il sapore del rosso che bagna il palato e scende in gola, e poi rispondo.

"Sono di sette mesi, Egidio: el sciur dutur el dis che la va ben, gravidanza ottima, è un maschietto, un futuro figlio della Lupa"
"E bravo il nostro Aldo: servono forze fresche, nuovi Balilla, che combatteranno per il Duce, ora che l'Italia avrà il suo impero"
"Dici, Egidio?"
"Certo, vedrai se in Etiopia non ci andiamo"

Mi auguro sinceramente che l'Italia non entri in guerra, ma non posso dichiararlo ad alta voce in un bar così affollato. No, dell'Egidio non mi preoccupo, è uno sbruffone, un fascio della prima ora, ma in fondo è un bonaccione. Lo conosco da quando frequentavamo tutte e due le elementari di via Giacomo Leopardi. Siamo cresciuti insieme, quante partite a pallone al Parco. Lui attaccante che si faceva rispettare, io terzino arcigno. Quando Egidio alzava il gomito, per tenermi a distanza, io ricambiavo con un bel pestone sulle caviglie.
Un duello che anticipava le sfide fra Meazza e Caligaris.

"Pancia, hai letto la Gazzetta?"
"No, Egidio. Se la dis la Rosea?"
"La dis che l'Ambrosiana l'ha g'avüü un bel cu'"
"Davvero?"
"Certo, se l'Orsi non mi sbagliava il rigore nella ripresa finiva 1 a 0 per noi, caro il mio Aldo"

Egidio non è una spia, di sicuro non tradirebbe un amico che conosce da sempre.
Ci sono altri soggetti nel Bar che parlano poco e ascoltano molto. Per esempio, quel tipo che gioca a biliardo, magrolino, coi baffetti neri e i capelli impomatati.
E' comparso il mese scorso, non mi sembra uno del quartiere, faccia mai vista prima.
Entra, prende un bianchino, si accende una Nazionale e va dritto al tavolo da biliardo.
E' bravo con la stecca. Bravo, ma taciturno e poi, quando qualcuno s'azzarda a parlare di politica, i pochi che in Cooperativa hanno ancora il coraggio di farlo, lo vedi che smette di giocare, prende la stecca, col gessetto si attarda a fare la punta e intanto raddrizza le orecchie. Si chiama Alfredo, lavora all'Azienda Tranviaria, così dice, fa il bigliettaio.

"Quell'Orsi lì fa tanto il fenomeno, dicono che in allenamento segna persino da calcio d'angolo, e poi ti va a sbagliare un rigore"
"C'ha l'estro del sudamericano, Aldo. Del gaucho argentino. Comunque anche se è finita pari pure quest'anno lo scudetto finisce sotto la Mole"

Purtroppo la previsione di Egidio temo si avvererà: il quinto scudetto di fila per la sua Juventus.
Fascista e pure Gobbo, il caro Egidio.
Sono tempi di vacche magre per la mia Inter, nonostante quel fenomeno di Meazza in attacco. Tempi grami per l'Internazionale, perché a me non viene di chiamarla Ambrosiana come vuole il Duce, e per l'Italia. Con una moglie e tre figli da tirare su e con i venti di guerra che senti soffiare sul viso, adesso il Mascellone s'è pure mezzo in testa di rinverdire i fasti dell'Impero Romano, non so che fine faremo. In Cooperativa ci si dà una mano, a Natale si è fatta una colletta per le famiglie di disoccupati, oltre alla Cena di Capodanno offerta a chi non poteva proprio pagarsela, ma sono iniziative che non possono risolvere delle situazioni drammatiche. Non so per quanto durerà questo schifo, a guardarsi intorno sembrano tutti contenti del Mascellone, ma a me questa storia non convince del tutto. Se osservo meglio le espressioni del volto, se faccio attenzione a certe frasi smozzicate, si percepisce la paura, la rassegnazione, una rabbia che rimane sottotraccia.

Un'ultimo sorso di Barbera.
Mi alzo dalla sedia vicino al bancone.
Incrocio Egidio, una pacca sulla spalla che gli affibbio come segno d'amicizia, lo guardo negli occhi a mo’ di sfida, il suo sorriso di ritorno è di spavalda bonarietà. Mi dirigo verso l'ingresso del locale.
Apro la porta, un vento insolitamente freddo per essere ad aprile mi stuzzica con un brivido inatteso. Percorro via Pasubio, un centinaio di metri prima di arrivare all'incrocio di via Giustiniano, la piazzetta che anticipa l'ingresso in via Caligaris.
Sono le 9 e mezza.
Tempo d'arrivare a casa, di darsi una rinfrescata al viso, di mettermi il pigiama per andare a letto. L'Amalia rimarrà ancora un'oretta alzata, ha sempre qualche faccenda da terminare, dopo aver messo a nanna i nostri figli. Io mi stenderò sul letto, per fortuna i materassi di lana che m'ha fatto mio fratello Giacomo sono morbidi e accoglienti, prenderò sonno in un battibaleno.
Domani mattina sveglia alle 5 e mezza.
La fabbrica m'aspetta.

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