domenica 22 marzo 2026

Mister Mazzini

I circa duecento tifosi della Lombardina fanno un casino che neppure al Maracanà di Rio de Janeiro. L'arbitro ha fischiato un rigore per noi, rigore ineccepibile, lo stopper della Lombardina ha falciato Mariani, il nostro centravanti.

Novantaduesimo.

Siamo sull'uno pari.

Trasformare il rigore, passare in vantaggio, vincere il match, evitare la retrocessione. Un buuuu dagli spalti, seguito da una serie di parolacce e bestemmioni indirizzate verso l'arbitro e il sottoscritto. Prendo la palla, sono il numero 10, il regista, il calciatore più talentuoso della squadra e, su tutto, sono il rigorista. In questo campionato ne ho messi a segno sette su sette. Tocca a me l'onere e forse l'onore, dipende dall'esito: se segnerò, la gloria, se sbaglierò, l'onta.

Posiziono il pallone sul dischetto. Mi volto per un attimo verso la panchina. Mister Mazzini ha le mani dentro il giubbotto. Ci scambiamo uno sguardo. È la sua ultima partita, il mese scorso ha annunciato il ritiro definitivo dal calcio, l’anno prossimo ne compie settantadue, non se la sente di proseguire, troppa fatica, lo stress che ti logora.

Dalle gradinate m’investe un coro di "stronzo, cornuto, figlio di... buuuu", un battere ritmico di piedi per disturbarmi. Di fronte al sottoscritto i sette metri e trentadue di larghezza, per due metri e quarantaquattro d'altezza, della porta. In mezzo il portiere della Lombardina: alto, grosso, due spalle come un armadio, le gambe leggermente piegate, la maglia verde a righe verticali nere. La tensione, come spesso mi accade, irrigidisce i muscoli del collo.

Ripenso al mio esordio, quindici anni fa. Ero un pischellino ancora minorenne, il Mister, un Moloch che incuteva timore. Mi ha cresciuto come se fossi il terzo dei suoi figli. Ricordo gli scappellotti che mi dava bonariamente sul coppino quando non seguivo i suoi dettami. Ero il “Pulcino bagnato” della squadra, un giocatore con buona tecnica, ma esile nel fisico e soprattutto troppo timido a livello caratteriale.

Abbasso un attimo il capo e accenno una rotazione per sciogliere la cervicale. Guardo l’armadio che occupa la porta avversaria, lui ricambia con aria di sfida, alle mie spalle sento la presenza del Mister, quindici anni con lui alla guida mi hanno maturato, come uomo prima ancora che come regista, il numero dieci dai piedi di velluto.

fisso il petto, le righe verticali nere, il buuuu dei tifosi avversari, il battere dei piedi sugli spalti, il petto del portiere, le righe verticali nere su sfondo verde, il buuuu, il tam tam dei piedi, lo sguardo s'abbassa, la palla rotonda, sul dischetto, il buuuu dei tifosi, il tam tam, il tam tam buuuu tam tam verde la maglia buuuu tam tam nere le righe…

Da Pulcino a Gallo, scappellotto dopo scappellotto il fisico si è irrobustito, la timidezza ridimensionata, ho prima guadagnato la titolarità nell’undici e poi ne sono divenuto direttore d’orchestra. “Gallo Lovati” mi ha ribattezzato il Mister. I coppini hanno lasciato il posto alle pacche sulle spalle, che fossero di consolazione per qualche prestazione non all’altezza o di ringraziamento per gol e assist che contribuivano alle vittorie della squadra.

la palla, il dischetto, il tam tam tam taaammmm, ronzio nelle orecchie, la nebbia avvolge il portiere, il buio sopra di me, il sole svanito, un nero opprimente sulla mia testa, nero e nebbia e tam tam buuuu buuuu tam stronzo tam buuuu buuuu cornuto tam buuuu…

Devo bucare la rete, per il Mister, per i compagni, per me. Devo bucare la rete, mi ripeto, devo bucare la rete, devo bucare la rete, per il Mister, per il Mister, per i compagni, devo bucare la rete, devo bucare la rete, per il Mister, la sua ultima partita, per il Mister, devo bucare la rete.

i piedi gli spalti quel rumore nelle orecchie, ronzio, il fischio dell'arbitro, prendo la rincorsa, il buuuu trattiene la palla sul dischetto del tam tam tamtambuuuu, le righe verticali il portiere, la porta senza pali senza traversa, la nebbia a forma di portiere, una nebbia con due spalle come un armadio, il nero s'abbassa, mi preme il capo, mi schiaccia le spalle, un tam tam…

Il mantra mi rimbalza nella testa, devo bucare la rete, un rigore per evitare la retrocessione, devo bucare la rete, la tensione s’irradia, dal collo alle spalle, un rigore per il Moloch che fra pochi minuti rientrerà nello spogliatoio, devo bucare la rete, muscoli legnosi, aprirà l’armadietto per svuotarlo delle poche cose rimaste, borbotterà come suo solito, per poi attendere l’ingresso dei suoi ragazzi, devo bucare la rete, una fitta alla cervicale, fissandoci uno per uno negli occhi, sguardo di paterna comprensione che smentisce la finta severità della mimica facciale, devo bucare la rete.

un tam tam che fa rimbalzare lo stadio, che mi alza da terra, la mia gamba destra calcia nel vuoto, mi elevo sul campo, trapasso il nero, del cielo, di colpo la luce, il sole riappare, il tam tam zittisce, il buuuu m'abbandona, sorrido trionfante, ricado sul campo, la palla s'insacca, il portiere sdraiato, l'ho fatto stecchito, sono stravolto, travolto, dai miei compagni, non sbaglio il rigore, otto su otto, siamo in vantaggio, il match conquistato, la retrocessione, tragedia evitata.

Vengo sommerso dai compagni, cado a terra, la massa dei loro corpi mi toglie il fiato, mi sbraccio per liberarmene, rivedo la luce del sole, la folla zittita, i buuu evaporati, di nuovo in piedi, mi sistemo la casacca, mi sento flessibile, la tensione ha abdicato, ritrovata elasticità muscolare, il resto della squadra si dirige nella nostra metà campo, con gli occhi osservo la panchina, le mani del Mister nel giubbotto, ci scambiamo un’occhiata, gli occhi di un padre, per un attimo Pulcino, torno il Pulcino bagnato, sento sul coppino il suo scappellotto, brivido d’orgoglio per il rigore trasformato, uno scappellotto immaginario, riguadagno il centro del campo, il Moloch e l’imminente ritiro, la sua ultima fatica, le spalle incurvate, abbassa lo sguardo, io faccio altrettanto e intimamente lo abbraccio.

domenica 22 febbraio 2026

Raimundo detto Mumo

È la quinta palla di fila che insacco sotto la traversa, direttamente da calcio d’angolo. Lo stadio di Corso Marsiglia, il campo Juventus, conterrà almeno duemila persone, per assistere a un semplice allenamento! A ogni pallone che finisce nella porta sento un Oooh di stupore seguito da un Bravo! Vai Mumo! Forza Mumo! di approvazione. Mi rivolgo verso i tifosi e con la mano li saluto, sorrido, a volte mi sento come dei brividi nel corpo, è l’eccitazione, sono bravo, sono davvero unico, un futbolista d’eccezione, l’ala sinistra della Juventus pluricampione d’Italia.

Complimenti signor Orsi, i miei complimenti. Che fenomeno!”

Mentre esco dal campo per dirigermi negli spogliatoi, un uomo massiccio, il mento squadrato, un cappotto e un cappello nero Fedora di qualità (mi intendo di moda, mi piacciono i bei vestiti e le belle donne) mi rivolge queste parole.

Grazie” rispondo.

Non capisco come possa dare quell’effetto al pallone? Mai visto un calciatore che riesca a segnare direttamente da calcio d’angolo”.

Come risposta accenno un sorriso, senza parole.

Lei non si ricorderà, ma ci siamo già conosciuti”

Davvero? Al momento non mi viene in mente…”
“Ci mancherebbe pure che si ricordi di me? Qui, a essere famoso, è lei, Raimundo Orsi, detto Mumo”.

Mi sembra di notare un filo d’ironia nell’ultima frase di…

Mi scusi, non mi sono presentato: sono Alfredo Raimondi, diplomatico, presso l’ambasciata italiana a Buenos Aires, assistente dell’Ambasciator Torrielli”

Buenos Aires, Argentina, la “mia” Argentina.

Ricordo una sua partita con l’Albiceleste, contro l’Uruguay, era il 1927, credo. Perdeste per 1 a 0, ma lei giocò una grande partita. Che scatto e che finte, come scartava gli uruguagi”

Beh, il dribbling è sempre stato il mio forte”

Dribbling... dribbling… non mi piace come termine, un inutile inglesismo. Meglio “scartare”, non crede? Sa, la lingua italiana è una lingua così bella, perché sporcarla con la parlata britannica?”

Non comprendo la precisazione.

I toni cordiali di questo “ambasciatore” non coincidono con lo sguardo: è freddo, tagliente, ha un che d’insidioso e definitivo come i miei “dribbling” con gli avversari.

Mi raccomando, Orsi. Non lasciatevi sfuggire il quinto scudetto di fila. Siete più forti della Fiorentina.”

Ci proveremo Dottor Rai…?”
“Raimondi”

Ci proveremo, abbiamo tutto il girone di ritorno a nostra disposizione”

Certo, confido nella forza della squadra, sa, come vecchio cuore bianconero soffrirei per una sconfitta della mia amata Juventus. Perdere poi con i viola…? Ci siamo capiti?”

No, hanno qualcosa che non va?”

L’uomo mi dà sui nervi, fa freddo, siamo a fine gennaio, lui indossa il cappotto, io solo maglietta, calzettoni e pantaloncini. Vorrei rientrare negli spogliatoi

Non va… non va… che a Firenze ci sono ancora molti rossi, ha inteso?”

Annuisco, ma non penso d’aver capito o forse, forse sì, ma a me dei rossi interessa ben poco. Rossi o neri non mi riguardano, ringrazio l’Italia, la Juventus, gli Agnelli, per quello che mi hanno dato, ma non sono italiano, sono argentino, e in Argentina, dalla mamma, a breve ho intenzione di tornare…

Lei forse non può capire, ma se l’Italia è il grande paese che è diventato, negli ultimi dieci anni, lo dobbiamo al nostro Duce e al popolo che da subito lo ha seguito. Non si può tollerare chi rema contro. Mi scusi se forse l’annoio con queste osservazioni, ma sono certo che le comprende, lei che è argentino di nascita, ma ora dà lustro alla nostra Nazionale, da campione del mondo”

Nel parlare inarca leggermente il busto all’indietro, ricorda l’atteggiamento del suo Capo quando parla dal balcone a Roma.

Ora, mi scusi, dottor Raimondi, ma devo tornare negli spogliatoi”.

Mi scusi lei, Orsi. Le ho fatto perdere tempo. Volevo solo esternarle la mia gratitudine e assicurarmi che sosterrà la Juventus e la Nazionale negli anni a venire. L’Italia ha bisogno di gente come lei, ingegnosa, forte, geniale, patriottica, che le dia prestigio in tutto il mondo. Ha sentito le parole del nostro amato Duce? Ci espanderemo, cari Orsi, torneremo a essere un Impero!”

La mano destra si alza in un rigido saluto che ricambio con finta partecipazione. Mi spiace per l’ambasciatore Raimondi, la mamma sta male, devo tornare da lei, al più presto, alla mia terra. Non è un paese in pace, la mia Argentina, ma è il mio paese. Dell’Impero di Mussolini me importa una mierda.

Abbasso il braccio destro, seguito dal Raimondi che stringe le larghe spalle nel cappotto, si volta e si incammina, con passo lento, verso l’ingresso del Campo. Lo vedo allontanarsi, una figura che via via rimpicciolisce e che spero di non rivedere mai più.

giovedì 29 gennaio 2026

Alessandro, lo sfascia compagnia

Nella compagnia che ogni estate si ritrovava a Borno in Val Camonica, Elena e la sorella minore Claudia era le uniche due ragazze, milanesi. Il resto vedeva il sottoscritto, Marco, Marchino, Ezio e il fratello Andrea, di Firenze, e un’altra coppia di fratelli di Cinisello Balsamo, Claudio ed Enrico. Ogni tanto si aggiungevano altri ragazzi, ma le loro erano presenze estemporanee.

Si susseguivano i giorni spensierati e problematici dell’adolescenza, riempiti con partite di pallone nei prati, camminate verso i rifugi, di musica pop, dei primi baci e qualcos’altro, di brufoli, di compiti scolastici da rinviare fino a settembre, di scala quaranta e Trivial Pursuit, di giornate sempre uguali a sé stesse, gioiose e noiose allo stesso tempo.

La compagnia era unita, ci si ritrovava nel dopo pranzo, fino all’ora di cena, nel giardino al centro del villaggio turistico e poi la sera, fuori dall’unico locale pianobar della zona.

Un’armonia che venne alterata dall’arrivo di Alessandro, un ragazzo alto, biondino, occhi azzurri freddi, di poche, pochissime parole, che esercitava un indubbio potere attrattivo nei confronti di Elena (ricordo il suo volto ovale, la pelle ambrata, le sopracciglia folte, nere) e a ruota di Claudia, sorella minore che seguiva Elena in qualsiasi scelta.

Non lo avevo visto prima, fu Marco a mettermi in guardia sulla “pericolosità” del soggetto (lui lo conosceva da alcuni anni, io ero entrato nella compagnia solo da poche settimane, era la mia prima vacanza in Valcamonica).

Alessandro non amava il gruppo, i tentativi di coinvolgerlo nei nostri giochi fallivano sin dall’approccio iniziale. Usciva poco di casa, nella villetta al centro del villaggio, affittata dai suoi genitori, il padre industriale padovano. Ufficialmente passava gran parte del tempo in casa, da lì a poco iniziava l’anno della maturità, da superare col massimo dei voti, secondo auspici, direttive paterne. I primi giorni Elena (e Claudia a scodinzolarle dietro) passavano dalla villetta di Ale (così lo chiamavano) e lo trascinavano a fatica in mezzo a noi. Dialogo inesistente, le nostre chiacchiere da bar sport, il calciomercato, le Olimpiadi, l’ultimo disco di George Michael, lo lasciavano indifferente. Dalla sua bocca solo un saluto controvoglia: Alessandro non emetteva suoni, nessuna informazione trasmessa, sembrava solo recepire controvoglia le nostre stupidaggini.

Mi chiedevo se l’atteggiamento di Alessandro fosse dovuto a una timidezza eccessiva, ma mi risposi di no, in questo confortato dalle parole di Marco (“è uno stronzo che se la tira”): non era timidezza la sua, ma spocchia, superbia. Le poche volte che ci osservava lo faceva con uno sguardo giudicante: noi non eravamo alla sua altezza, poveri semplici ragazzi “normali”, dove normalità era sinonimo di mediocrità. Non lo sopportavo, al pari di Marco e degli altri compagni che però, a differenza mia, evitavano di commentare i giudizi che davo dell’usurpatore di Elena e Claudia (“ha ragione Marco, è stronzo, se la tira, si crede superiore, ma è solo un presuntuosetto del cazzo”).

Lo osservavo, mentre lui fissava Elena e lei ricambiava con quel suo sguardo luminoso, le mani a ravvivarsi i lunghi capelli castano scuri, il rossetto che per la prima volta le aveva visto incolorire le labbra. Al terzo giorno dal suo arrivo Alessandro sparì dalla circolazione e con lui pure Elena. Solo Claudia, di tanto in tanto, passava a trovarci, ma faceva scena muta quando le chiedevamo della sorella e dell’indesiderata (per noi) presenza al suo fianco. Era come se Claudia avesse perso la parola, non che ne avesse mai avuta molta, data la timidezza (accentuata, credo, da una struttura fisica sgraziata che la faceva sentire inferiore rispetto alle curve proporzionati e invitanti della sorella maggiore).

I giorni volavano, il sole d’agosto abbronzava il nostro volto (dopo un’interminabile sfida pomeridiana di pallone mi ritrovai col collo abbrustolito per il troppo caldo preso), le serate erano all’insegna di birra e cocacola, di canzoni suonate dal vivo al pianobar da una coppia di musicisti locali (un ragazzo alla tastiera, la sua compagna vocalist). Anche Claudia nel frattempo era svanita, risucchiata dall’attrazione di Alessandro (o relegata in casa nell’attesa che Elena riapparisse?).

Una settimana intera al maschile, ogni tanto la sola Moira, una ragazza della zona, ci degnava della sua presenza. Moira, però, non era Elena, le due fra l’altro non si amavano, tanto che la comparsa della bresciana credo fosse imputabile proprio all’assenza della milanese.

Assenza che venne meno l’ottavo giorno. Fu Marco ad anticiparmi il rientro di Elena, i genitori di lui erano amici dei genitori di Alessandro (li vedevo ogni tanto sfidarsi in un doppio sul campo da tennis: la mia attenzione si focalizzava sulle volée del padre di Marco o in alternativa sulla gonnellina svolazzante di sua madre) e gli avevano comunicato il rientro a Padova del maturando imperscrutabile.

Svanito Alessandro, Elena, e la fedele Claudia al suo fianco (anzi, poco dietro la sorella), ricomparvero nel gruppo. Il rientro avvenne non senza qualche imbarazzo, troppo recente e seccante la sensazione di “tradimento” che il resto del gruppo aveva patito per colpa delle due ragazze. Il primo a ricambiare il saluto e intavolare un discorso con loro fu Andrea, che venne meno al patto fra noi stabilito di non rivolgere parola, a Elena in primis. La solare parlantina fiorentina di Andrea violò quel patto. A ruota seguirono il fratello Ezio, Marchino, Marco, Claudio ed Enrico.

Ultimo venne il sottoscritto.

Evitai qualsiasi riferimento all’Alessandro svanito, in questo del tutto allineato a Elena che sembrava essersi lasciata alle spalle l’eclissamento dei giorni precedenti, non mostrando, peraltro, alcun segno di pentimento. Ricominciammo a parlare, ma la complicità dei primi giorni era svanita, non solo per la mia freddezza, ma perché Elena appariva come svuotata dell’energia che l’aveva sempre contraddistinta. Si era tramutata nella versione pallida di sé stessa, non emanava luce, si limitava a una presenza quasi impalpabile, in questo somigliando sempre più alla sorella minore.

L’anno seguente il rapporto si ripropose sulla medesima lunghezza d’onda. Quando Marco mi annunciò che a breve avrebbero fatto la loro ricomparsa Alessandro e i genitori, decisi di anticipare le mosse delle sorelle milanesi e chiesi ai miei, sbigottiti per la richiesta, di anticipare il rientro a Milano. Volevo impegnare tutto me stesso e le mie (scarse) energie nello studio, approssimandosi la quinta liceo e la futura maturità.

domenica 16 novembre 2025

Elzbieta ed Eliasz

Stacco le mani dal volante, chiudo gli occhi, la musicassetta nell’autoradio mi rimanda la voce di Simon Le Bon, The Reflex il brano, musicassetta comprata a Varsavia poco prima del volo per Atene. Tolgo le mani dal volante della Golf e mi appoggio allo schienale del sedile. Ah, quant’è comoda quest’auto, quanto mi piacerebbe averne una, e non la vecchia Polonez che prima o poi dovremmo cambiare. Non quest’anno: con Elzbieta abbiamo preferito risparmiare per la nostra prima vacanza all’estero, la Grecia è sempre stata nel cuore di mia moglie, dai tempi del classico. Una settimana sull’isola di Alonneso significa rinunciare a qualsiasi velleità di cambio auto.

The Reflex” è terminata, segue “The Wild Boys”, il brano che mi ha fatto conoscere i Duran Duran, riapro gli occhi. Sono passati almeno dieci minuti da quando Elzbieta ed Eliasz si sono inoltrati nel bosco per la pipì di mio figlio. Mi sono pure raccomandato di far presto, siamo in ritardo per la cena nell’albergo, non mi va di presentarmi fuori orario al ristorante, mi immagino gli sguardi di muto rimprovero del personale, che già non ci vede di buon occhio, poveri turisti dell’est. Provo irritazione per il loro ritardo. E poi, che senso ha che Eliasz chieda ancora aiuto a sua madre? Alla sua età, dodicenne, avevo quasi terminato gli studi ed ero pronto al mio primo lavoro come apprendista operaio. L’ho fatto notare a mia moglie: “Elzbieta, sei troppo attaccata a Eliasz, sei morbosa”, suscitandone l’irritazione. Pure Eliasz a volte sembra non voler recidere il cordone ombelicale materno. Sono preoccupato, per la sua crescita, la sua maturazione.

Siamo al finale di “A view to a kill”, uno degli ultimi successi del gruppo di Simon Le Bon, apro la portiera della Golf e mi incammino verso il bosco. Moglie e figlio non tornano, mi dà fastidio quando non ascoltano le mie raccomandazioni. Sudo. La temperatura è torrida, d’altronde è la Grecia, è luglio. Li chiamo. Nulla. Li richiamo. Gocce di sudore dalla fronte scendono lungo il volto. Il colletto della camicia bagnato. “Elzbieta!” “Eliasz”. Non è un bosco fitto, dovrei vederli. Quanta strada possono aver fatto per permettere al bimbo di scaricarsi? Tutta colpa della madre, è lei che a volte si comporta da adolescente irresponsabile, varcata la soglia dei quaranta.

Niente da fare. Il passo affrettato mi riporta alla Golf. Apro la portiera. Accendo l’autor… no, non mi va di ascoltare musica… sento il cuore battere con un ritmo accelerato, lo sento nella gola, la mascella è rigida, sudo, chiudo i finestrini, per fortuna la Golf ha l’aria condizionata. La metto al massimo. Voglio asciugarmi, devo asciugarmi questo maledetto colletto, devo rimanere lucido, giro la chiavetta dell’accensione, un’ora di ricerca vana, sono spariti, impossibile crederlo, non rispondono, “Elzbieta!” “Eliasz”, gli alberi ostili del bosco, quei pini fottuti che mi negano la visione di mia moglie, di mio figlio, il motore si accende, premo sul pedale, svelto, lucido, devo rimanere lucido, no, niente musica, non è tempo di pop music, di Duran Duran, direzione albergo, se mi sbrigo in mezzora ci sono, chiederò al personale di usare il telefono, mi guarderanno strano, lo so, ma serve la Polizia, da solo non li ritrovo, assurdo, è così, mi guarderanno strano, uno stupido turista polacco che perde moglie e figlio, penseranno.

* * *

Il primo che mi viene incontro, ho varcato la porta d’ingresso, è zio Jaroslaw. Non lo vedo da almeno due anni. È invecchiato, più curva la schiena rispetto all’ultima volta che ci siamo visti. Lo sguardo lucido, non dice nulla, si limita a un abbraccio affettuoso, le sue mani ossute sulla mia schiena. Mi fa cenno di dirigermi verso il salotto. Sul divano, zia Izabela, la giovane moglie di Jaroslaw, giovane per modo di dire, dovrebbe essere sulla sessantina, una ventina d’anni a dividerla dal marito. Di Izabela non posso non notare l’intensità dello sguardo, i suoi occhi neri. È lei che per prima apre bocca con un “Ciao Eliasz, come stai?”. “Non male zia” il mio sguardo aggiunge, almeno nelle intenzioni, un “Come vuoi che stia, in questo momento?”. “Hai sempre tua madre, di sicuro lei ti sarà vicino” vi è malizia nelle parole di Izabela, una malizia che volutamente non colgo, ma che viene ribadita dalle parole di Grazyna, mia cugina. Si alza dal divano e mi viene incontro. Mi abbraccia con forza, Grazyna ha un fisico robusto che necessita l’annullamento della distanza fisica con l’interlocutore: non può non toccarti, stringerti. “Per fortuna che ci sei tu, Eliasz, e che tua mamma non rimarrà sola, avrà ancora un uomo al suo fianco”. Le insinuazioni di zia Izabela e di sua figlia mi feriscono, come solo la verità sa fare, ma devo fare buon viso a cattivo gioco. “Cercherò di esserle vicino, compatibilmente con la mia attività”.”Eri all’estero?” mi chiede. “Sì, una trasferta di lavoro in Grecia, Atene. Sono responsabile dell’area commerciale del sud Europa. E il tuo lavoro come va?” “Va…” risponde la cugina “… lo faccio andare, ogni giorno a scuola a insegnare Lettere a ragazzi svogliati, risucchiati dallo smartphone”.

Sullo “smartphone” di Grazyna si apre la porta della camera da letto. A uscire è la magra figura, esile, sempre più esile della vicina di casa di mia madre, sua amica da almeno trent’anni, la signora Tomaziewic. Mi sorride, sono sempre stato il suo pupillo, mentre si avvicina noto i piccoli passi che trascinando un mucchietto d’ossa ricoperto di un completo grigio, dalla gonna, al maglioncino, ai capelli fini. Prende le mie mani nelle sue, e piange. L’abbraccio. Pochi secondi di silenzio e poi sussurro un: “No, Iwona, non fare così”. Lei si stacca dal sottoscritto, mi fissa e risponde con: “Hai ragione, Eliasz. Tuo padre ha finito di soffrire. Quante ne ha passate in tutti questi anni. Saranno almeno trent’anni di continui alti e bassi, la depressione lo veniva a trovare per poi dargli respiro, ma a ogni visita Marek scendeva di un gradino verso l’abisso. Non era più lui negli ultimi mesi”. Mi limito a fissare la donna che è stata la mia vera madre. Lei mi suggerisce con un cenno di andare in camera da letto. Rispondo con un “Sì” del capo. Entro nella stanza, gli sguardi dei presenti alle spalle mi sospingono. La mamma è seduta sul bordo letto. Fissa il marito che attende il funerale, il completo da uomo nero, pantaloni e giacca, un maglioncino blu girocollo senza camicia al di sotto. Mio padre aveva smesso di indossare camice, non le sopportava più, si lamentava che lo facessero sudare, del sudore che scendeva e lo infastidiva, una fissa che la depressione gli aveva “regalato”. I piedi calzano scarpe di pelle marrone. Lo guardo per un istante. Il viso è scavato, oltremodo. I capelli quasi del tutto spariti, un ciuffetto sulla fronte che la mamma ha pettinato con cura. Lei si alza, io le vado incontro. “Era ora” mi sussurra. “Sì, era ora” confermo. Allungo la mano destra per stringere la sua mano sinistra. L’unione delle nostre dita che si intrecciano. Ne percepisco l’amorevole calore. Ci voltiamo simultaneamente verso mio padre, suo marito. Non ho alcun dubbio, non abbiamo alcun dubbio, era ora: doveva togliersi di mezzo.

domenica 19 ottobre 2025

Il sogno con Ornella

Sono nel mezzo del viale privo di luce, i lampioni spenti, nessuna insegna di negozio illuminata, le case con le tapparelle abbassate, una Luna fioca mi salva dall’oscurità totale. Cammino lentamente, lo sguardo che prova a indovinare pericoli sul percorso, mi volto ogni tanto, nessun veicolo all’orizzonte, avanzo nella speranza di raggiunger casa, ma per quanto il viale sia il “mio” viale, non riconosco i palazzi che ai lati ne delimitano la larghezza. Manca poco alla mezzanotte, o almeno credo, ogni tanto una lieve folata di vento sposta foglie secche in prossimità del marciapiede. Dal nulla il canto di un gallo, non ne indovino la provenienza. Mi avvicino alla pensilina ATM, gli occhi si sforzano per indovinare quale linea passi di qua (la 42 confermerebbe la vicinanza con casa). Non distinguo alcun numero. Riprendo il cammino, di nuovo il canto del gallo e una voce maschile che commenta: “Prima che il gallo canti...”, torno sui miei passi, dovrei temere lo sconosciuto, lo intravedo seduto sulla panca della pensilina, ma mi esce solo un “Gesù?”, “No, casomai Pavese” la risposta del tipo che aggiunge “Non sperare nella salvezza”, “Ma solo Gesù pronuncerebbe…?” non concludo la frase, il terzo canto del gallo mi toglie la parola. Guardo il cielo per un attimo, riabbasso lo sguardo. L’uomo è svanito. Dallo zaino estraggo il cellulare, premo il tasto sul lato destro, non si accende. L’antifurto di un’auto alla sinistra mi fa sobbalzare. Perché è scattato? Accelero il passo, non vorrei pensassero sia colpa mia per l’antifurto, ma poi mi chiedo “Chi dovrebbe pensarlo?”. Nessuna tapparella aperta, nessuna luce che filtra dall’interno degli appartamenti. Un salice piangente, dal nulla, nel mezzo della strada, inutile chiedersi come abbia potuto… quando sono in prossimità ne accarezzo le foglie, hanno assunto un colore giallo dorato, vista la stagione. Le sfioro, si produce un suono, come di silofono, melodia dolce e lamentosa. Un usignolo sopra di me grida, il gracchiare di un corvo che lo ha individuato e, penetrando fra i rami del salice, lo cattura, lo stringe nel becco, vola via. “Non sperare nella salvezza”, con la mente sussurro la frase all’usignolo che risponde con un grido straziante. Supero il salice, la notte sarà lunga, lunghissima, forse interminabile, quando in fondo, lato sinistro, bordo del marciapiede, una cabina telefonica, illuminata... affretto il passo, frequenza sostenuta, la cabina non sembra avvicinarsi, maggior intensità nei muscoli, mi sforzo per muovermi verso di lei, pochi metri, non c’è un telefono all’interno, il cuore mi pulsa, ansimo, i mocassini picchiano sul terreno, ne osservo le punte, rialzo lo sguardo e… Ornella, Ornella, la maestra Ornella! Dentro la cabina la vedo, lei ricambia con un sorriso, lo stesso che accoglieva i miei temi d’italiano che lei gradiva, i bei voti ricevuti. “Non sperare nella salvezza” risuona nella mia mente, poi gli occhi, su Ornella, sulla mia maestra, il suo volto sereno… nella salvezza ci spero.

sabato 6 settembre 2025

martedì 24 giugno 2025

La famiglia Montecchi

Esco da Piazza Braida e mi dirigo verso il centro della città, ho un appuntamento alla Fontana della Madonna con Petruccio, mi deve mostrare delle pelli che ha recuperato a Padova, dice che sono di ottima qualità, ideali da esporre e vendere nella mia bottega. Dopo pochi passi vedo avvicinarsi una coppia, lui mi sorride d’un sorriso spontaneo, lei accenna un’increspatura benevola delle labbra.

Che piacere rivederti, messer Morenzio!”

Servo vostro, Romeo. È un onore, madonna Giulietta” accenno un inchino verso la donna che non ha del tutto perso la freschezza della giovinetta che ho sempre ammirato.

Dietro di loro la prole: Venanzio, Petronio, Domitillo.

Crescono i figlioli?”
“Fin troppo, Morenzio, crescono e cresce la loro lingua, sempre pronta a ribattere alle nostre parole”, la risposta di Romeo in contemporanea con una carezza di Giulietta sulla testa piena di capelli ricci di Domitillo, il più piccolo.

Salutate messer Morenzio, su, da bravi!”

Un coro di tre voci ripete all’unisono un “Salve, messere”: la timidezza di Domitillo; il sorriso, eredità paterna, di Petronio; lo sguardo pacato e riflessivo, degno della mamma, di Venanzio.

Lo sapete che se non fosse stato per il qui presente messer Morenzio voi tre non sareste venuti al mondo?” la domanda di Romeo ai figli.

Così ha voluto il destino” interviene Giulietta per la prima volta, nel suo tono un lieve sospiro e una velatura malinconica.

Mia cara Giulietta, un’ombra di delusione ingrigisce il tuo bel volto”

Ma no, Romeo, è solo la stanchezza di una madre che deve badare a tre creature… tutti i giorni… perché questo è riservato alle donne… in vita loro”

Romeo non ribatte, solo il suo sorriso viene meno.

Donna Germana, pettegola come poche, m’aveva fatto intendere che fra i due giovani, che sfidarono l’odio sinanguinato che divideva le rispettive famiglie pur di non deludere l’Amore, le cose non andassero più come nella loro intensa ed emozionante gioventù. Non le avevo dato retta, donna Germana vive solo per malignare il prossimo, in particolare quando è il sublime sentimento a incarnarsi in coppie ebbre delle sue promesse d’eterna felicità. Donna Germana, vecchia zitella che nessun uomo ha mai desiderato.

E invece… potrebbe non essere malignità gratuita, ma dato di realtà, qualcosa che mai avrei immaginato potesse far capolino fra Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, nella loro storia che, se non fosse stato per il mio intervento, si sarebbe conclusa con un finale anticipato e tragico, degno di un’opera teatrale da tramandare ai posteri.

Ricordo, come fosse ieri, e invece ben quindici anni ci separano da quei giorni, il correre affannato di Romeo e di Baldassarre, suo servo fedele, verso la cripta dei Capuleti, il cuore del giovane innamorato straziato dalla perdita della sposa novella, la decisione di togliersi la vita dopo un ultimo saluto a Giulietta: se la vita li aveva divisi, la morte li avrebbe ricomposti come coppia indissolubile.


Frate Lorenzo, amico di lunga data di mio padre, che da sempre aveva mostrato nei miei confronti un affetto tramutatosi nel tempo in stima e fiducia, m’aveva messo al corrente del finto avvelenamento di Giulietta, per via di una pozione medicamentosa da lui escogitata. Avevo trovato ingegnosa la mossa, ma qualcosa lasciava presagire che non tutto potesse andare per il meglio. Frate Lorenzo era, lo scrivo con affetto, un medico pasticcione, spesso impreciso nel dosare le sostanze che davano corpo alle sue medicine (quando consegnò una tintura per la ricrescita dei capelli per sconfiggere la calvizie del mio babbo, papà si ritrovò calvo come prima, ma con dei bubboni di un rosso acceso che spuntarono sul capo e vi dimorarono per diversi giorni, salvo poi afflosciarsi e scomparire. Solo in seguito il Frate ammise un errore nella preparazione della medicina “miracolosa”).

In virtù del dubbio su Lorenzo, saputo dell’arrivo di Romeo rivelatomi dalla balia di Giulietta, mi approssimai vicino la cripta dei Capuleti. Una volta che vidi entrare il solo Romeo, mi precipitai in direzione della cappella (lo sguardo sorpreso di Baldassare nel vedermi). Poco prima dell’ingresso vero e proprio fui testimone del duello fra Paride e il giovane Montecchi. La paura della violenza, del sangue, la viltà che da sempre era ed è tratto distintivo del mio carattere, mi impedirono d’intervenire ed evitare la morte del rivale in amore di Romeo.

Il cuore mi martellava nel petto mentre l’amico d’infanzia entrava nella cripta e si avvicinava ansante al corpo della sua amata, credendola morta. Fu un attimo, compresi che il finto avvelenamento di Lorenzo era forse andato oltre la finzione programmata e che quella fiala che ora compariva nella mano di Romeo era… certo… non poteva che essere… un… un veleno… un vero veleno che gli avrebbe procurato morte certa, se non che… corsi gridando “Romeo, Romeo, fermati!”, il mio richiamo accorato mentre con un balzo che neppure sospettavo di poter compiere, ricadevo sul suo gracile corpo incredulo, provocando la contemporanea nostra caduta e, cosa fondamentale, il frantumarsi della fiala sul terreno.

A volte la vita prende svolte impreviste per questione di attimi. Neppure il tempo di rialzarsi, di ascoltare le imprecazioni di Romeo, la sua ira nei miei confronti per avergli impedito di porre fine all’esistenza, che udii un sussurro provenire dal corpo di Giulietta, un borbottio della bocca, un cenno di movimento delle dita delle mani, il suo volto dal quale lentamente il pallore lasciava spazio a un ritrovato rosa candido.

Inutile che prosegua nella descrizione, il presente dei miei due amici che ora ho davanti a me, accompagnati dal sangue del loro sangue, impersonificato da Venanzio, Petronio e Domitillo, vi può far capire come siano andate le cose.

Mi dovete scusare, Romeo, abbiate comprensione di me, donna Giulietta, un appuntamento in Piazza della Madonna con un mio caro amico, compagno d’affari di nome Petruccio, m’impedisce di intrattenermi con voi. Di sicuro ci rincontreremo. Un saluto Venanzio, Petronio, Domitillo.”

Romeo mi si fa vicino, il suo abbraccio è sintomo di un’amicizia mai venuta meno. Quando l’amico si discosta vedo Giuletta inclinare di poco in basso il viso, timida riverenza. I tre figli seguono l’esempio della mamma. Li lascio alle mie spalle, Petruccio m’attende, affretto il passo per non ritardare. Vinco la tentazione di voltarmi un istante per dare un’ultima occhiata alla famiglia Montecchi. Mi limito in cuor mio ad augurar loro di mantenere acceso il fuoco d’un amore che li ha travolti quando erano giovinetti inconsapevoli: che rimanga sempre tale, che non diventi pallida fiammella destinata a svanire nel prosieugo della loro permanenza su questa magica terra.

sabato 12 aprile 2025

Amedeo, il vegetale

Il primo segnale evidente che qualcosa nella testa di Amedeo non funzionasse come Dio comanda l’avevo notata in quarta elementare, quando la maestra Tiraboschi aveva chiesto ai suoi alunni cosa avrebbero voluto fare da grandi, una domanda seguita da una serie di risposte scontate, dove a prevalere erano alcune discipline sportive (io avevo detto “il calciatore della Juventus”) o legate al mondo dello spettacolo, dalle veline ai cantanti rap, o ancora alla scienza e alla tecnologia, dal fisico del Cern al creatore di un nuovo social che avrebbe sbaragliato Facebook. Uniche due eccezioni, Peter che puntava a diventare Papa Giovanni Paolo III perché voleva diffondere la Parola di Dio e portare la Pace in tutto il mondo (Peter ora ha 26 anni e lavora come Consulente Globale Fininvest) e per l’appunto Amedeo che si era inventato il “Salice Piangente”.

Salice Piangente?” aveva ribattuto perplessa la Tiraboschi.

Sì, Salice Piangente” la conferma di Amedeo, espressa con naturalezza.

Ma è una pianta!?”

Lo so, è un albero della famiglia delle Salicaee, di origine asiatica”

Il resto della classe si era unito alla perplessità della maestra. Io avevo sfoderato un’occhiata dubbiosa ad Amedeo, mio compagno di banco, non tanto per la risposta in sé, ma per la potenzialità o meno che aveva di trasformarsi realmente in una pianta. L’originalità della risposta non mi aveva colpito, Amedeo già nei mesi precedenti aveva manifestato delle tendenze non proprio in linea con il mainstream. Un giorno ero stato ospite a casa sua, ci si era dati appuntamento per scrivere un libro a quattro mani, il cui argomento doveva vertere per il sottoscritto sugli animali, mentre Amedeo aveva controbattuto con un “L’empirismo logico nel pensiero di Wittgenstein” (non so in base a quale riflesso inconscio, ma alla parola ‘Wittgenstein’ avevo pianto).

Ma come puoi trasformarti in una pianta?” avevo chiesto all’amico.

Ci sto pensando”.

* * *

Amedeo da sempre sfoggiava dei capelli stile Big Jim, corti, con una specie di frangetta, inamovibili nel loro essere come incollati al cuoio capelluto. Questo per i primi tre anni delle elementari. Al quarto, a seguire la dichiarazione d’intenti sul suo futuro vegetale, i capelli si erano fatti via via più lunghi, dapprima di pochi centimetri, ma col passare delle settimane espandendosi in una chioma che raggiungeva le spalle per puntare decisa verso la schiena. Non solo, dal consueto castano chiaro il colore era variato passando a un biondo timido, seguito da un giallino accennato, tramutatosi in un verde light poi pastello e infine smeraldo. Amedeo scuoteva la testa e i filamenti, copiosi, a grosse ciocche fluttuanti, scendevano dal capo e coprivano buona parte del busto, oscillando armoniosi, inebriando la classe di un profumo intenso di natura floreale.

La Mastrucci, la cocca della maestra, figlia di una rappresentante della Lancome, aveva sondato Amedeo per capire quale profumo utilizzasse, ricevendo come risposta un enigmatico: “Non uso profumi, sono i miei feromoni arborei” (non so in base a quale riflesso inconscio, ma alla parola “arborei” la Mastrucci aveva pianto).

* * *

Di Amedeo avevo invidiato, sin dalla prima elementare, il fisico ben piazzato, muscoloso, il portamento eretto in linea con un carattere risoluto, del tutto diverso dal mio corpicino esile, gracile che ben si abbinava a una timidezza che da sempre mi limitava nelle relazioni con gli altri compagni di classe. Al pari dei capelli, in quarta il corpo dell’amico aveva perso la sua natura granitica con un progressivo incurvamento delle spalle e un insaccarsi della testa rivolta verso il petto, il volto quasi del tutto nascosto all’altrui vista a causa dell’imponente massa verdognola che nel frattempo, oltrepassata il bacino, aveva raggiunto le cosce.

Amedeo, non puoi alzare la testa?” aveva chiesto, con un accento che mischiava irritazione a preoccupazione, la Tiraboschi.

Non posso, signora maestra, devo concentrarmi sulla fotosintesi clorofilliana” (non so in base a quale riflesso inconscio, ma alla parola ‘clorofilliana’ la maestra aveva pianto, lasciando costernata l’intera classe).

* * *

Ipercinetico da sempre, Amedeo eccelleva nello sport, era lo sprinter della classe, imbattuto delle gare di corsa organizzate nell’ora di educazione fisica, il bomber capocannoniere nelle partite di calcio, un bimbo irrefrenabile dall’energia inesauribile. Il tutto per i primi tre anni e mezzo di frequentazione della Scuola Elementare Pietro Nenni. Al quarto anno l’amico si era come “staticizzato”. Incurvato, il verde tricologico che era sceso a livello ginocchia, se ne stava nel mezzo del cortile della scuola con i piedi ancorati al terreno, la suola delle scarpe da tennis che si immergeva per un centimetro nel terriccio del prato prospicente l’ingresso dell’edificio, il busto che si rialzava impercettibilmente a ogni inspirazione di Amedeo per poi incassarsi nella fase di espirazione. “Amedeo, Amedeo, ci sei?” chiedeva con voce tremolante la Tiraboschi che aggiungeva:

Dai, è ora di rientrare in classe, dobbiamo ripassare le tabelline”.

Quelle le so già, ora ho cose ben più importanti da fare”.

Tipo?”

Devo inebriarmi della luce solare e innescare il meccanismo che mi permette di trasformare l’anidride carbonica e l’acqua in glucidi, rilasciando ossigeno”

Il tutto proferito con una voce priva di qualsiasi intonazione o increspatura emotiva.

Ma stai parlando della fotosintesi!?” aveva sottolineato la maestra “è un processo delle piante, noi siamo umani, Amedeo, non abbiamo questa facoltà”

Io sì”.

Avrei voluto soccorrere la maestra e incalzare, scherzosamente, l’amico con un:


“Amedeo, ma pianta-la!”

Ancora una volta la mia timidezza mi frenò dal prendere l’iniziativa.

* * *

Il limite di sopportazione della Tiraboschi fu oltrepassato un sabato mattina, quando Amedeo, nel bel mezzo dell’ora di religione, estrasse dalla cartella un piccolo innaffiatoio, con il braccio destro portò l’attrezzo sopra la testa per poi inclinarlo e far scendere l’acqua sul capo, il verde dei capelli che a causa del liquido si scuriva.

Basta Amedeo, adesso bastaaaaa!” urlò la maestra “chiamo il Prestalupi, questa storia deve finire”.

(non so in base a quale riflesso inconscio, ma alla parola ‘Prestalupi’, Simona Malabrocca, la bimba che sedeva nella fila precedente la mia, aveva pianto).

Il Preside arrivò dopo pochi minuti, entrò in classe, la Tiraboschi alle sue spalle, timida, che lo osservava e poi gli indicava l’alunno che stava al mio fianco, l’innaffiatoio vuoto posato sul banco, una chiazza d’acqua sul pavimento.

Il Preside si avvicinò alle nostre postazioni, era un signore sulla settantina, il volto rugoso, pochi capelli bianchi sparsi sul capo, l’aria austera, trasudava autorevolezza da tutti i pori. Non proferì parola, scosse lievemente la testa e voltandosi verso la maestra la invitò a uscire, da lui accompagnata, dall’aula.

* * *

L’unica cosa che si seppe con certezza fu la convocazione nell’ufficio del Preside della mamma di Amedeo, la signora Elena, una donna simpatica che mi aveva sempre accolto con affetto quando trascorrevo i pomeriggi in compagnia del figlio. Dal lunedì successivo all’episodio dell’innaffiatoio il banco di Amedeo rimase desolatamente orfano del mio amico. I primi giorni avevo tentato di rintracciarlo, ma il telefono di casa sua rispondeva con un monotono Tu Tu Tu… alle mie chiamate. Le tapparelle dell’appartamento risultavano costantemente abbassate, sia nei pomeriggi post scolastici sia nelle mattine domenicali. Al posto di Amedeo il banco fu occupato, il mese successivo, da Roberto Aliprandi, che fino a quel momento era sistemato nell’ultima fila centrale della classe. Certo, con Roberto il feeling non era il medesimo che con Amedeo (nonostante la sua stranezza sentivo un’affinità d’intenti e sentimenti con lui), ma devo dire che la normalità del nuovo compagno presentava alcuni vantaggi: fu con lui, per esempio, che nei primi mesi della quinta elementare scrissi il tanto desiderato libro sugli animali.

domenica 9 febbraio 2025

Le placche del tempo

 (la prima parte in corsivo è tratta da un testo della scrittrice premio Nobel Olga Tokarczuk)

Era successo qualcosa di male al tempo, pensava: si scollava e si stratificava. Le sue due grandi placche tettoniche si stavano staccando con un brontolio lugubre, formando per i prossimi milioni di anni una spaccatura fra ‘una volta’ e ‘adesso’. L’ ‘adesso’ era ruvido e spigoloso e silenzioso: di notte un dormire pesante, al risveglio avanzi di rabbia, come se durante il sonno si fosse combattuta una guerra. L’ ‘una volta’, visto da qui, sembrava costante e ritmico, il suono della leggera pallina da ping-pong quando batte sul tavolo liscio, un tessuto fantasia di momenti ciascuno dei quali era parte dell’altro. La conversazione cominciava più facilmente dopo un “Ti ricordi quella volta…”, perché c’era qualcosa di automatico…

e di compartecipato, un’esperienza comune, legata a un passato, ammorbidita dagli anni, il lavorio costante del tempo a smussare gli angoli spigolosi, una patina di delicatezza a coprire quanto di spiacevole si era vissuto, l’effetto nostalgia che spingeva gli interlocutori a rimpiangere una storia che mai era stata, ma che nel dialogo al presente si faceva esperienza condivisa, anelata. L’ ‘una volta’ era maggioranza nel paese, un’adesione intergenerazionale, non interessava solo gli anziani, come prevedibile, ma era sulla bocca di uomini e donne di mezza età, persino di alcuni giovani (forse per vezzo nel loro caso: rimpiangere l’infanzia e le prime esperienze scolastiche era esibizione della maturità successivamente acquisita).

All’opposizione vi era una minoranza che irrideva questo atteggiamento, ritenuto immaturo, sbrigativo, meramente consolatorio. L’ ‘adesso’ era per questi imperativo di vita, un carpe diem che non ammetteva esitazione alcuna e... ben venga la spigolosità del presente, la ruvidezza che tempra i caratteri, che siano benedetti gli avanzi di rabbia notturna, miscela esplosiva che spinge ad assaporare il quotidiano, a farne carne viva da consumare con ingordigia, i denti che vi affondano, il sapore inebriante del sangue sul palato.

Pensava allo scollamento e non sapeva prendere posizione.

Per sua natura era portato a prediligere il futuro, non per cerchiobottismo, fra le fazioni dell’ ‘una volta’ e dell’ ‘adesso’ non erano infrequenti momenti di tensione ed episodi che sfociavano in violenza, da lui non graditi se non temuti, ma per una naturale propensione a immaginare quello che sarebbe accaduto da lì in poi, un’inclinazione che coltivava nonostante la tendenza, data dal carattere ansioso, di prefigurare quasi sempre un avvenire sfavorevole, oscura concretizzazione di timori presenti. La lingua era quindi per lui un susseguirsi di “avrò”, di “farò”, di “sarò”, di “ci penserò”, verbi che nel loro coniugarsi cementavano il palazzo della procrastinazione, un’opera di edificazione partita ‘una volta” che trovava conferma reiterata nell’ ‘adesso’ e prefigurava un domani di gesti e azioni e buone intenzioni destinato all’incompiutezza.

La pigrizia caratteriale comune denominatore della sua vita, elemento che consentiva la coesistenza di esperienze diversamente declinabili cronologicamente, ma accomunabili dalla medesima propensione a fare, dello spreco di tempo, tratto esemplificativo della propria natura.

Pensava allo scollamento e non sapeva prendere posizione o, a esser più precisi, non voleva prendere posizione, perlomeno non qui e non ora, negare all’odiato hic et nunc lo spazio vitale che richiedeva, posticipare la decisione a quando ne avrebbe sentito l’esigenza: un domani, inverosimilmente, un mai, con ogni probabilità.



lunedì 13 gennaio 2025

La piccola coppia

Compaiono tutte le mattine verso le 8, io sul balcone della sala, le mani poggiate alla ringhiera, vedo le loro sagome superare il pino secolare che delimita l’ingresso nel piccolo paese di montagna dove passo tutti gli anni alcune settimane in villeggiatura. La lenta andatura mi permette d’osservarli per una decina di minuti, la mia attenzione prima sul marito, un ometto di un metro e sessanta circa, i capelli corti e grigi intonati con un paio di pantaloni del medesimo colore, un guanto in pelle marrone a coprire la mano destra (m’immagino che un incidente sul lavoro l’abbia irrimediabilmente deturpata e che il guanto serva a coprire una visione disgustosa), poi indirizzata verso la moglie, una donnina sul metro e cinquanta, o qualcosa in meno, i suoi capelli sono batuffoli cotonati grigi, un completino rosa, gonna e giacchina, anche in queste calde mattine estive, al guinzaglio un cagnetto minuscolo, forse un chihuahua, le zampette che si muovono rapide per mantenere il passo della padrona.

Immancabile, la donna si ferma a fianco di un larice per alcuni istanti, ne carezza le foglie, quei piccoli aghi innocui che d’autunno cadono spogliando l’albero, mentre rivolge alcune parole al consorte che spesso ricambia con una carezza sul suo volto, la mano sinistra per compiere il gesto affettuoso. Il cane scruta la coppia inclinando il collo all’indietro e alzando il muso. La pausa dura un minuto circa, seguita dalla ripresa del cammino. Giunti in prossimità della mia abitazione distolgo lo sguardo e fingo interesse per il panorama montano: mi sembra scortese dar loro l’impressione di spiarli.

I due proseguono, ora mi danno le spalle, a volte l’uomo indica alla moglie un punto non ben precisato all’orizzonte, lei annuisce e nel farlo per un istante cinge il braccio sinistro del marito (nel camminare si tiene sempre su quel lato rispetto al consorte, come se avesse paura, ma questa è una mia illazione, di camminare prossima alla mano guantata). Poco prima della piazza principale li vedo fermarsi in prossimità della piccola teca installata l’anno scorso, adibita al book-crossing (a volte mi è capitato di lasciarvi un libro che non m’interessava più, ricordo una vecchia edizione del Marcovaldo di Calvino, senza mai ritirare a mia volta un romanzo che qualcun altro vi aveva depositato). Una rapida occhiata, la loro, per poi proseguire.

Quando svoltano in prossimità della piazza principale torno nell’appartamento, è ora di colazione, the verde con frollini e un quadratino di cioccolato fondente. A volte riguadagno il balcone nella speranza di incrociarli nel percorso di ritorno, eventualità che mai si presenta (eppure per uscire dal paese devono per forza ripassare davanti casa mia).

Il rituale si ripete identico quasi tutte le mattine, di rado una piccola variazione interviene a modificare la sequenza dei gesti, non la sostanza che posso intuire del loro rapporto. Una mattina è l’ometto ad accarezzare il larice, nel farlo, i suoi occhi coccolano la moglie che tiene in braccio il cagnolino. In un’altra occasione la donna alza il braccio puntandolo nella medesima direzione solitamente indicata dal marito, il quale fa cenno di sì, in risposta a un’osservazione di lei che non posso ovviamente sentire.

L’uomo, la donna, il cane, il larice, la carezza di lui, loro che mi danno le spalle, l’uomo che indica il cielo, la donna ad annuire, l’abbraccio, il book-crossing, la svolta giunti in piazza, la loro scomparsa, fino al giorno successivo con l’uomo, la donna, il cane, il larice…

L’ultima mattina, prima della partenza per Milano, scendo alla buon’ora dal mio appartamento, mancano quindici minuti alle otto, per dirigermi verso la teca del book-crossing. Nella mano destra stringo un volume, dalla copertina prevalentemente rossa, corredato da un bigliettino con una frase dedicata alla “coppia poetica” oggetto delle mie attenzioni mattutine, nella speranza che quanto vi ho scritto li convinca ad accettare il dono a loro indirizzato. Dopo aver poggiato il libro nella teca torno di corsa a casa.

Alle otto i due, puntuali, ricompaiono. Il larice, la carezza, l’orizzonte indicato, la teca... è la donna che prende in mano per un attimo il libro, mi sembra sorpresa per il biglietto allegato, lo scruta, ne legge le parole per poi mostrarlo al compagno. Lui fa altrettanto e dopo aver decifrato la frase le sussurra qualcosa all’orecchio, un suggerimento che induce la donna a deporre il libro nella teca e riprendere il cammino.

Strano?!

Ero convinto che avrebbero fatto loro il regalo che avevo preparato. Un libro che si adattava alla coppia, un’opera in prosa per la quale calzava a pennello la definizione di poesia-trattenuta, i due protagonisti del romanzo che al pari dell’uomo dalla mano guantata e della donna minuta...

* * *

Notte agitata, la prima di questa nuova vacanza estiva in montagna, mi posizione sul balcone, la testa rivolta verso destra, ingresso del paese, il pino secolare sullo sfondo, il larice più vicino al sottoscritto. Vedo avanzare la piccola donna, il cagnolino le trotterella a fianco, mi sembra ancora più minuscola del solito, come se l’anno appena trascorso l’abbia ulteriormente rimpicciolita, lei e il cane e… il marito assente. Il completino è sempre composto da una gonna e un giacchino… grigi… cammina sola, l’andatura è rigida, il cane sembra volersi strusciare alla gambetta sinistra della padrona, lei ignora il gesto, prosegue fino al larice, si ferma, accarezza gli aghi dell’albero, ne strappa uno con decisione con la mano destra, ricoperta da... un guanto di pelle marrone.

L’aria del mattino è fredda, interrompo l’osservazione e rientro in sala, la solita colazione con the verde e frollini e un quadratino di cioccolato. La consumo senza gusto, per poi passare in bagno per la doccia, consapevole che non tornerò sul balcone, né dopo, in previsione d’una improbabile ricomparsa della piccola donna, né domani o nei giorni che mi accompagneranno in questo malinconico soggiorno estivo.

lunedì 9 dicembre 2024

Le mani di Elisa

La poltrona in pelle, beige, è spaziosa, devo allargare le braccia per poterle poggiare sui braccioli, la schiena leggermente curva, le gambe accavallate in una posizione che alla fine risulta scomoda. Ogni tanto punto i piedi e dandomi una leggera spinta all'indietro provo ad assumere una posizione più ritta, angolo di 90 gradi fra i polpacci e le cosce e fra le gambe e il busto.

Sul tavolinetto il bicchiere di Coca Cola con ghiaccio dal quale ho finora assaporato un breve sorso.
Nel divano a tre posti di fronte siedono Elisa e Barbara.
È il compleanno di quest'ultima, mia compagna di Liceo, una delle poche che a distanza di oltre trent'anni frequento ancora, i contatti diradatisi nel tempo, mai del tutto svaniti.

Elisa è collega di Barbara al Centro Diagnostico.
L'ho di sicuro incrociata in un Natale di alcuni anni or sono, non ricordo con esattezza quale. Non ho però dimenticato i suoi occhi grigioverdi, il caschetto di capelli che termina ad altezza collo, la carnagione diafana che contrasta con una voce roca, poco femminile. E poi... e poi le mani, esili, minute, le dita delicate, le unghie dipinte di un verdino che si abbina allo sguardo. Ho un debole per le sue mani, non solo per la loro conformazione, la cura della pelle, l'assenza di qualsiasi orpello, braccialetti o anelli (non ho chiesto a Barbara se Elisa sia single, immagino perlomeno che non vi sia un marito, potenziale ostacolo per una nostra ipotetica relazione), ma per il modo che ha di esibirle. Non ricordo un'altra donna che abbia la medesima grazia e naturalezza nel muoverle, su tutto il suo rotearle, il polso flessibile, una flessuosità che partendo dal polso stesso si propaga sul dorso, sul palmo, sulle dita, indice e pollice in particolare, in un gesticolare che ha un che di ipnotico.
Elisa commenta ridendo una gaffe di Barbara in ufficio, quando diede del coglione al loro capo, per fortuna ex capo, tale Professor Bertolazzi, inconsapevole che il vecchio medico fosse in quel momento alle sue spalle e fulminasse con lo sguardo la povera Barbara (le scuse riparatrici avevano riparato ben poco). La ascolto ricordare l'episodio, ma fatico a porre attenzione al contenuto del discorso. La mano destra volteggia nell'aria, la sinistra nel frattempo tiene fra indice e medio una Marlboro, forse il fumo causa della raucedine della voce, una presa della sigaretta altrettanto incantatrice quanto le circonvoluzioni aeree dell'altra mano.
La Marlboro sembra prossima a cadere a terra, tanto la presa appare flebile, ma in realtà rimane salda nelle dita di Elisa che a un certo punto si avvicinano alla bocca e posano fra le sue labbra la sigaretta. Dopo aver riposto la Marlboro sul posacenere adagiato sul tavolino, la mano sinistra cambia destinazione e tocca il caschetto di capelli della donna per ravvivarlo.
Immagino che quella carezza naturalmente sensuale, non vi è nulla di affettato nel gesto, possa in un futuro prossimo scompigliare quel che rimane del mio biondo ciuffo, partendo dall'attaccatura della fronte per risalire al centro della testa e scendere lungo la nuca.
Potere della mente: la sola evocazione del gesto mi dona un leggero brivido e, non so se vergognarmi o meno, una moderata eccitazione, un principio di erezione che le due donne, per fortuna, non possono notare.

La mia fantasia è interrotta dal suono del campanello. Barbara si alza per andare verso la porta, in arrivo altri invitati (il sottoscritto ed Elisa i più solleciti a presentarsi alla festa), seguita dall'amica che abbandona definitivamente la sigaretta nel posacenere, avvicinandosi all'ingresso.
La seguo con lo sguardo, noto per un istante il suo fondo schiena, i jeans aderenti lo modellano alla perfezione, ma gli occhi si spostano per loro iniziativa di nuovo verso le mani, nel momento in cui Elisa allunga le braccia per salutare con calore Monica, altra compagna di Liceo. Una carezza affettuosa sulla guancia sinistra della nuova arrivata, il dorso della mano
di Elisa a sfiorare Monica, istantanea fantasia del sottoscritto di essere il destinatario della carezza, sento la mia guancia accalorarsi, forse sto arrossendo, non ho uno specchio che mi riveli la verità. Distolgo lo sguardo da Elisa, meglio non insistere, non cedere a un turbamento del tutto privo di aggancio con una realtà differente (quando sono entrato nell'appartamento Elisa si è limitata a un saluto a distanza, neppure una formale stretta di mano ad accogliermi).
Mi incammino verso Monica, buon ultimo dietro le altre due donne, mi avvicino e dopo averla baciata sulla guancia, nel ritrarmi, le osservo le mani, dalle dita tozze e ingioiellate, mani sproporzionate rispetto alla figura dell'amica, prive dell'eleganza proibita dell'irraggiungibile Elisa. Torniamo ai nostri posti, Monica si posiziona sul divano nella seduta centrale, Barbara alla sinistra, Elisa alla destra. Ed è sulla sua mano destra che torno a rivolgermi: la vedo battere ritmicamente sul bracciolo del divano, il dito medio picchietta la pelle del sofà mentre, sincronizzato col suo ticchettio, brevi oscillazioni del mio collo l’accompagnano. Mi sporgo in avanti per prendere in mano il bicchiere di Coca Cola che sorseggio. La dolcezza della bevanda compensa, solo in parte, l’amarezza per un amore non realizzabile.

martedì 12 novembre 2024

Il calciatore maldestro

Che stupido!

Per fare lo scemo e divertire gli amici, con lui erano presenti Ugo, Franco e persino Fabio (erano due anni che Fabio non si univa alla compagnia) aveva calciato di collo pieno la palla di marmo della statua di Valentino Mazzola, al centro di Piazza Gran Torino. Si trovava a circa mezzo metro dal papà di Sandro (il cui corpo atletico donava alla Piazza energia cinetica potenziale, ma inespressa, vista l’ovvia staticità della statua medesima) quando spostò all’indietro la gamba destra per poi portarla rapido in avanti e simulare il calcio contro la palla.

Che idiota!

Non aveva calcolato bene la distanza, non aveva tenuto conto del 46 della sua scarpa, il collo del piede si era scontrato col marmo della sfera, producendo uno SBAMM nello scontro, seguito da un’immediata bestemmia, prima di cadere a terra, fitta micidiale, sensazione di svenimento, le risate dei tre compagni seguite dalla loro preoccupazione, il volto di Fabio, inginocchiato, che gli chiede: “Come va?”.

Mi fa un male cane”

Il Policlinico è a 200 metri, portiamolo al Pronto Soccorso” il suggerimento di Ugo.

Franco e Fabio lo alzarono con attenzione, le sue braccia cingono le spalle degli amici, un lento progredire appoggiato sul solo piede sinistro, in una sera di fine luglio, il loro allontanarsi dalla Piazza, lo sguardo di Valentino Mazzola rivolto verso l’orizzonte, indifferente alla frattura scomposta del calciatore maldestro.

sabato 12 ottobre 2024

Un Natale lipogrammatico

Giunto al secondo, coscia di pollo con contorno di patate arrosto, la tentazione di cingere le mie mani intorno al collo di Zio Mauro era desiderio improrogabile. Lo zio era affetto da una malattia più pestilenziale del colera, la logorrea, malattia che lo portava ad ammorbare i poveri commensali che avevano la sfortuna di condividere con il vecchio Mauro il pranzo di Natale. Non aveva smesso un attimo di aprire quella bocca, sdentata in parte, per commentare in primis le notizie del TG trasmesso dalla tv di casa, inanellando una serie di commenti razzisti e qualunquisti, imprecando contro immigrati, politici, leader mondiali, profughi, guerre… per poi proseguire con lo sparlare dei parenti e degli amici assenti al pranzo (immagino ben contenti di evitarlo).

Con lo sguardo la cercavo come a dirle, con espressione di rimprovero: “Guarda cosa sto sopportando pur di starti vicino”, ricerca vana perché lei non incrociava mai i miei occhi, eppure l’avevo di fronte, al suo fianco l’anziana madre che ogni tanto mi scrutava per capire se avevo le qualità di un potenziale genero.

* * *

E pensare che solo due giorni prima, l’antivigilia, mi ero speso per convincerla a non accettare l’invito dei genitori per il pranzo natalizio, lo trovavo di una banalità sconcertante, il cedere a un’usanza, un arrendersi alle consuetudini più ovvie, che stonavano con la nostra relazione, nata da poco, circa tre mesi prima, che del non cadere nello scontato si era fatta vanto.

Le avevo proposto un Natale lipogrammatico.

Un cosa?” stupore sulle sue labbra.

Un Natale per esempio privo di A”
“Di A?” nei suoi occhi il timore di essersi messa con un deficiente.

Voglio dire, un Natale dal quale è bandita la lettera A”
“Ah”

Ti faccio un esempio, mi raccomando, fai attenzione alle parole che pronuncio”

“…”

Che ne dici di un 25 dicembre soli, io e te, distesi nudi sul letto, sesso come se non ci fosse un 26 prossimo futuro, sfiniti e felici, per sempre uniti, indissolubilmente, due corpi distinti, un unico spirito?”

Ora ho capito” il sorriso, segno di complicità.

Certo di averla convinta ero uscito dalla camera da letto per tornare in salotto, un bicchiere di Jack Daniel’s in mano, io sul divano, i Pink Floyd nello stereo.

Invece… il mattino del 24 mi ero svegliato, solo, lei lavorava pure la vigilia ed era già uscita di casa. Sul tavolo della cucina un biglietto:
“Ho pensato alla proposta da te avanzata poche ore fa, ma credo che sarebbe cosa non buona che mamma e papà non possano godere della nostra presenza a Natale. Che sofferenza per loro! Sul sesso? A Santo Stefano avremmo tempo per recuperare…”

Irritato avevo acceso lo smartphone, un suo messaggio su Whatsapp: “Ti è piaciuta la mia liporisposta senza la I?”

* * *

77!” la madre teneva in mano il sacchetto coi numeri della tombola.

L’anno della contestazione!” il mio commento

Lo zio Mauro a guardarmi perplesso: “L’anno di cosa? Il 77 sono le gambe delle donne. Certo che sei un tipo un po’ particolare”. Quel darmi del tu etichettandomi con l’aggettivo “particolare”, pronunciato con una smorfia della bocca e un stringere a fessura gli occhi, segnava la definitiva inclusione del sottoscritto nell’alveo del nucleo famigliare. Ero contemporaneamente accettato nel gruppo e, in virtù di questo, divenivo oggetto delle critiche dell’insopportabile logorroico.

Non avevo risposto all’osservazione, del tutto inutile ribattere a Mauro con il rischio di rimanere invischiato in una conversazione fra sordi. Mi ero limitato a un sorriso di circostanza e, nell’alzarmi, fingendo di dover svuotare la vescica seduta stante, mi ero incamminato nel corridoio, destinazione bagno. Una volta entrato, la cerniera dei pantaloni slacciata, il pisello pronto alla minzione (per quanto non impellente avrei sicuramente fatto pipì), mi bastarono pochi secondi per giungere alla decisione irrevocabile: la nostra storia non aveva un futuro, mai avrei ceduto alla piattezza tipica d’una relazione convenzionale.

domenica 22 settembre 2024

Quello che conta...

non è la meta, ma il viaggio.

Soprattutto se ti trovi su un treno locale per pendolari.

lunedì 26 agosto 2024

(Ec)citazione #24

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.

Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava.Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

E non diresti “Che bello! “, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica.

Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni.

Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda.

Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina.

E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.


(Dino Buzzati, Inviti superflui)

domenica 21 luglio 2024

Un bottone grande e rosso

L’aria frizzantina di fine settembre si alzava ogni tanto a smuovere il tendaggio nero di velluto che adornava il perimetro rettangolare del locale, all’aperto. Le tende erano in parte tirate, in parte raccolte, una via di mezzo fra la necessaria protezione da una temperatura che, superate da poco le 20, stava calando rapidamente e l’esigenza di non trasformare il ristorante in un luogo chiuso, mortuario nella sua delimitazione vellutata. Undici tavoli circolari, ognuno con sei posti a sedere, erano disposti in una formazione calcistica stile 3-2-3-1, una schema a dire il vero che esulava da qualsiasi modulo tattico tradizionale.

Franco sedeva con altri cinque commensali, una prima coppia sulla quarantina, lei bassa e tracagnotta, lui spilungone magrolino col naso aquilino e la loro figlia dodicenne, Giulia, in leggero sovrappeso, le guanciotte rosse e un naso a patata, e una seconda composta da un ragazzo e una ragazza, freschi entrambi di laurea in Psicologia dello Sviluppo, poco propensi al dialogo con il resto del tavolo, più interessati allo scambio d’amorosi sguardi che, così Franco si immaginava, fra qualche tempo non si sarebbero più scambiati.

Per un attimo pensò a Clelia, a Massimo e Clelia, al sé stesso sotto copertura, non ricordava per quale motivo avesse scelto Massimo come nome, a una storia d’amore che per necessità avrebbe dovuto troncare, una volta giunto il momento di…

Nel tavolo alla loro destra si era alzato per un brindisi un tizio sul metro e ottantacinque, Piero, così lo avevano chiamato alcuni amici nel vano tentativo di limitarne l’esuberanza data da un evidente stato alcolico. Ondeggiando sulle gambe, l’uomo aveva alzato la mano destra che gli serviva per stringere un bicchiere di spumante, da poco svuotato, e aveva gridato a tutta la sala un: “Erminio, che sia la volta buona che ti sposi una bella mona!”. Le risate d’accompagnamento solo in parte avevano attenuato l’imbarazzo dei commensali. Dal tavolo numero 1 lo sposo aveva risposto con un impacciato alzare di un calice, mentre la neosposa, seconda moglie di Erminio, aveva proseguito a parlare con la sua testimone di nozze, tale Noelia, rigida in una tuta nera di satin con corpino dal raffinato scollo a barchetta, un vestitino sotto il quale la vista bionica di Franco aveva potuto ammirare, nella fase di ingresso al locale, quando i partecipanti erano concentrati nella ricerca del tavolo a loro assegnato, un fondoschiena minuto e tornito alla perfezione, opera di un abile artigiano ultraterreno.

In sottofondo musica new age anni ‘90, una miscela di noiosissime note rilassanti che diffondevano torpore fra i presenti (o era la pesantezza delle portate servite e degli alcolici bevuti, giunti ora al dolce che avrebbe concluso la serata?).

Il maitre di sala in completo nero con cravatta grigio perla muoveva il capo per controllare eventuali disservizi mentre parlottava con il più giovane dei camerieri il quale annuiva alle disposizioni che stava ricevendo. Allontanatasi il ragazzo, il maitre aveva alzata la manica della giacca e data una sbirciatina all’orologio d’oro (o dorato) che aveva al polso del braccio sinistro.

Un tris di bambini, due gemelline sui 5 anni con vestitino azzurro e un bimbetto sui 3 anni o poco più con pantaloncini beige, camicetta bianca e papillon beige, zigzagava fra i tavoli, il maschietto a rincorrere invano le femminucce, urlanti quanto basta per coprire con le loro voci l’insostenibile vacuità della musica di sottofondo. Vista l’inefficacia della rincorsa il bimbo era stato richiamato all’ordine dalla madre con un: “Mattia, torna qua, stai sudando, con quest’aria freddina poi stai male”. L’invito era stato accolto a capo chino, il maschio sconfitto, le due gemelline a guardarsi sorprese, venendo meno il soggetto che le aveva fatte divertire.

Giulia aveva chiesto a Franco: “Ma cosa porti in quella valigetta?” ricevendo in risposta un “Un bottone grande e rosso che se lo premo tutti noi all’improvviso svaniamo nel Nulla Cosmico”. “Tutti noi ospiti del matrimonio?” aveva ribattuto la ragazzina, il naso a patata dal color rosé, con chiusa finale dell’uomo: “Tutti noi che siamo in questo locale e pure qualcun altro”. Giulia non aveva ritenuto interessante proseguire oltre, tanto più che quel tipo così simpatico non le sembrava, le aveva risposto guardandola male negli occhi, si era immaginata che avesse una specie di raggio laser nello sguardo che avrebbe potuto incenerirla.

La signora Leonilde, l’ottantasettenne madre di Erminio, si era sporcata l’abito di chiffon nero con composizione floreale con mezzo filetto di salmone affumicato servito poco prima. La donna osservava lo scempio compiuto scuotendo la testa mentre il figlio tentava invano di porvi rimedio con il tovagliolo. Il maitre aveva mosso dei passi verso il tavolo dello sposo, il corpo proteso verso l’anziana salmonata, il capo rivolto all’indietro per richiamare un cameriere al quale assegnare il compito di riparazione, o limitazione, del danno. La nuora aveva dato una occhiata distratta alla suocera, poi si era alzata per dirigersi verso il tavolo numero 4, il penultimo che le mancava nel prevedibile tour chiacchiericcio che doveva spettava di diritto a tutti i commensali.

Al tavolo 7 i coniugi Broggi, baffetti alla Clark Gable lui, chignon di capelli tinto biondo lei, disquisivano di bridge con il vicepresidente Ing. Arnaldi dell’agenzia pubblicitaria Smith&Renegade, il superiore diretto dello sposo. “Lo vede quel tipo seduto nell’ultimo tavolo a destra, in fondo alla sala?” con l’indice destro il Broggi marito puntava in direzione di Franco “Intende il signore dai capelli ingellati corti?” chiedeva conferma l’Arnaldi, “Sì, proprio lui. Quando le parlavo dei tornei di bridge miei in coppia con Stefania e di come spesso in finale avessimo affrontato Erminio... beh, il compagno di Erminio era quel signore, di nome, se ricordo bene, Franco. Guardi, di giocatori professionisti di qualità ne ho incrociati molti, ma quel tizio lì era fenomenale. Una memoria prodigiosa, non sembrava neppure umana. Sa, avevo l’impressione di affrontare un computer.”, “Quindi…” chiosava l’Arnaldi “… quando Erminio in ufficio si vanta dei suoi trofei vinti al bridge, quel suoi è in buona parte merito del compagno di gioco?”, “Lo può ben dire.”

La musica new age era stata interrotta per tornare alla canonica Marcia Nuziale di Mendelssohn che accompagnava l’ingresso, dal fondo del salone, di due camerieri che avanzavano spingendo un carrello al centro del quale, altera, era piazzata una torta a quattro piani cilindrici, ogni piano rivestito con fiorellini multicolore a pasta di zucchero, sulla sommità le figure stilizzate dei due sposini e alle loro spalle, un cuore definito dal solo contorno rosso fragola.

L’occhio bionico di Franco puntò l’interno della torta. Non capì se fosse per colpa del Pan di Spagna con crema Chantilly della farcitura, non amava quel genere di ripieno, o se l’invidia per la genuina felicità di Erminio e della sua consorte, fatto sta che inclinò il busto sul lato sinistro e con la mano trafficò per aprire la valigetta che portava sempre con sé. Fra poco Giulia avrebbe avuto risposta alla propria curiosità.


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